L’incredibile dolcezza di Maniac

C’è stato un momento in particolare in cui Maniac è passato da essere un prodotto che stava letteralmente prolungando la sua introduzione, inducendo non qualche grattacapo su quella che veniva denominata come una serie “rivoluzionaria”, fino a diventare improvvisamente qualcosa che mi ha tenuto attaccato allo schermo per le restanti puntate, facendosi perdonare quella partenza impostata su binari non lucidati al meglio.

Futuro tanto lontano, quanto vicino, una realtà distopica che sembra rifarsi a una messinscena classica da film di fantascienza anni 70-80, computer con emozioni e scienziati fuori di testa quanti i pazienti di questo particolare test psico-scientifico: un gruppo di persone selezionate, psicologicamente disturbate e un ciclo di tre pasticche da prendere. Ogni pasticca è parte di un processo atto a ricordare, confrontare ed esorcizzare un avvenimento particolarmente traumatico per il gruppo di persone. Un particolare guasto, al limite della dolcezza, avvicinerà in modo sinaptico i soggetti 1 e 9 (Emma Stone e Jonah Hill) in un viaggio nel subconscio tra mondi fatati, cricche di gangster anni 30 o nei mitologici anni 80.

maniac netflix

Cos’è Maniac? Difficile catalogare questo prodotto con un’etichetta. Parte della riuscita qualitativa della miniserie Netflix (niente seconde stagioni o affini) la si ritrova proprio nella diretta difficoltà nell’inquadrare la finalità narrativa di quest’ora. Sembra parlarci di destino, ma di mezzo ci sono persone con forti disturbi sociali o mentali, e la dimensione onirica più volte si plasma alla realtà, mettendo in serio dubbio la concretezza della vita reale come la conosciamo.

Un gran lavoro lo fanno gli attori, Jonah Hill ed Emma Stone perfetti in questi ruoli così lontani, ma necessariamente bisognosi di essere vicini. Nelle loro debolezze si evincono ferite gravi, difficili da rimarginare, e tutto il test, nel momento in cui entra in gioco lo scienziato interpretato da Justin Theroux, distratto, ma brillante e sessodipendente persona sbandata e bisognosa di un’eterna psicanalisi. Nonostante Maniac non presenti mai dei veri momenti per cui possa venire ricordata, la serie ha la grandissima qualità di essere impacchettata e presentata allo spettatore con una cura maniacale. Il dettaglio fa la differenza, come la stessa gestione della narrazione, spezzettata, mai coerente, ma lascia tante e costanti briciole dietro di se. Poi come prassi, nel finale tutto si ricompone, esattamente come la psiche dei due protagonisti, bisognosi di mettere i pezzi al loro posto per poi capire dove posizione nella loro vita quell’opera rotta, brutta, con le crepe e la colla che fuoriesce dai fori, eppure è un prodotto così imperfetto, bisognoso di coccole e di attenzione.

Questo è Maniac, che alla solita analisi di storia, sceneggiatura, tecnica, recitazione e altro, chiede una sola cosa allo spettatore, ovvero di essere vista, di essere assorbita e lasciarsi coccolare dai tantissimi momenti di tenera follia, come di eterna dolcezza in special modo nel finale.
Ultimo, ma non meno importante, la penna e la direzione di Cary Fukunaga, fresco della conferma per il prossimo Bond 25, confeziona un prodotto con coerenza, una firma distinta, lasciando respirare le emozioni quando serve, lanciare la magia nei momenti più fantasy o serrare fortemente la tecnica nei momenti di forte azione. Un mestierante che confezione con identità dieci puntate precise e lineari.

Forse, anzi, sicuramente non verrà ricordata come qualcosa di rivoluzionario, quello assolutamente, eppure c’è questo fattore magnetico che arrivati alla fine della decima puntata, ecco che vogliamo ripartire dall’inizio. Bel lavoro Maniac, con poco, hai centrato il segno, perché noi tutti nel cuore, abbiamo bisogno di un abbraccio, di sentirci accettati, nonostante i nostri innumerevoli difetti.

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Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
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