BlackkKlansman di Spike Lee: punti di forza, contraddizioni e ambiguità

Trattare l’ultima opera di Spike Lee è un’operazione che non può esimersi dal fatto di confrontarsi con uno degli autori contemporanei più ambigui degli ultimi 30 anni, ma anche uno dei più importanti dal punto di vista storico nella cinematografia statunitense.

Spike Lee esordisce alla fine degli anni ’80 sull’onda di quella spinta artistica e rivoluzionaria che stava spingendo buona parte delle comunità afroamericane a porre un punto esclamativo alla loro posizione sociale e culturale negli USA post Reagan; emergevano artisti come Basquiat, il già menzionato Spike Lee, i Public Enemy e altri nomi (elencarli tutto sarebbe dispersivo). Soffermandoci su Lee, riconoscendogli il fatto di aver orientato quella spinta culturale nel cinema e di averla perseguita con coerenza e variazioni, dimostrando di potersi muoversi in registri (di genere ad esempio) e scenari che non si distaccano dalle sue tematiche predilette.

Ad oggi, dopo il tanto discusso e già dimenticato remake americano di Old Boy e un buono apprezzamento di pubblico e critica per Chi-Raq di due anni fa, la voce politica di Spike Lee, come di altri suoi colleghi, sembra farsi portatrice di un disagio ancora più profondo, radicato nel Make America Great Again di Trump e un divario sociale per i ghetti afroamericani delle grandi metropoli ancora, tristemente e inevitabilmente, concreto e vicino. Nonostante questo è inevitabile non menzionare l’ondata di artisti che hanno comunicato a livello globale la rabbia della Black Culture degli ultimi 5 anni, e numerosi sono quei cantanti che esordiscono ogni anno, tra i quali possiamo rintracciarne il capofila nel giovane Kendrick Lamar, nato negli anni in cui usciva Fa la cosa giusta al cinema.

Raggiunti ormai i 60 anni l’indole provocatoria, arrabbiata e ideologica contro il sopruso perpetuato dalla  cultura dei bianchi sembra ormai raggiungere la totale esasperazione con BlackkKlansman, film presentato in concorso all’ultima edizione di Cannes.

Distretto di polizia di Colorado Springs, primi anni 70. Ron Stallworth (John David Washington) è l’unico agente di polizia di colore e la cosa non sembra venire presa sul serio dai colleghi. Con una chiamata Ron cercherà di entrare nel Ku Klux Klan ma per ovvi motivi potrà portare avanti l’indagine solo al telefono senza esporre la sua vera identità, ed è qui entra in azione il suo collega bianco Flip (Adam Driver), pronto a prendere l’identità di Ron per spingersi dentro il Klan fino alle estreme conseguenze.

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L’intreccio è subito accattivante e perfetto per entrare a fondo nella radici di un razzismo, quello americano, che ricerca l’età e l’iconografia del Ku Klux Klan nell’età del mezzo cinematografico, in particolare nel manifesto cinematografico di Griffith quale Nascita di una nazione, per poi contrapporla all’immagine del Black Power di quegli anni, gli anni delle Pantere Nere, di Malcolm X, King e della Blaxploitation; ed è anche un perfetto esempio per toccare una tematica tanto cara al regista (lui e non solo) e delicata attraverso il registro del film di genere poliziesco. Su quest’ultimo punto il film mostra e conferma tutta l’abilità del regista, tutta la sua fame cinefila (continui i riferimenti al genere Blaxploitation degli anni cristallizzato nella figura di Pam Grier), un invidiabile mano nel gestire la tensione, i dialoghi frizzanti e divertentissimi e personaggi memorabili. C’è anche la coraggiosa ambizione a portare avanti un coraggioso discorso metacinematografico sul riflesso tra iconografia e ideologia innescato dal mezzo cinema, peccato che Spike Lee non lo affronti con la spietata e spiccata intuizione di un Tarantino di Bastardi senza gloria.

BlackkKlansman rimane un ottimo prodotto di intrattenimento e di spiccata ironia, dinamico e pieno di personaggi, situazioni e dialoghi memorabili, irresistibili quando virano sullo humor nero più spinto e profondamente drammatici quando il regista orchestra grandi momenti di azione e tensione. Però … alla lunga il radicalismo ideologico di Spike Lee mostra il suo lato più ambiguo e il dito che punta contro la white culture in nome della giustizia rischia di ritorcersi su stesso. Da una poco credibile, seppur divertente, manichea divisione dei ruoli dei membri del Ku Klux Klan e dei neri, che serpeggia per tutto il film, si sfocia in un’accusa che si dimentica del cinema e della trama stessa (alcuni passaggi finali fin troppo sbrigativi).

Infine la totale esasperazione di cui si parlava prima si traduce in un finale che culmina nella forzata e ricattatoria introduzione di filmati di repertorio delle recenti ingiustizie perpetuate ai neri un anno fa. Un cambio di registro brusco che snatura nel peggio il buon lavoro portato avanti fino a quel momento. Sembra un atto di sfiducia verso il proprio film e sul valore contenutistico ed etico di cui si può avvalorare un’opera di finzione, eppure in tutto questo la distinzione tra immaginario e reale sembra aver abbagliato per un attimo Spike Lee, nonostante le più buone intuizioni che possono rendere BlackkKlansman un film di grande successo, probabile candidato ai prossimi Oscar. 

Emilio Occhialini

Emilio Occhialini

A screaming comes across the sky. It has happened before, but there is nothing to compare it to now. - T. Pynchon, "Gravity's Rainbow"
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