Hill House, la consacrazione di Mike Flanagan

hill house recensioneMike Flanagan lo seguivamo già da un bel po’ di tempo. Quando capita che un regista di genere horror riesce a confezionare pellicole al di sopra della media stagnante, si accende quel pizzico di curiosità per capire dove potrebbe arrivare quel nome.
Certo, poi ci sono le eccezioni particolari – tipo ve lo ricordate Richard Kelly? Regista di Donnie Darko? Che fine ha fatto? Sembra si sia dato alla critica cinematografica scrivendo per qualche giornale. Quello, altri due pessimi film, poi sparito dalla circolazione.

Già con Somnia prima e con Il Gioco di Gerald poi per Netflix, Flanagan puntava sempre un pelino più in alto a confezionare prodotti qualitativamente interessanti, mai banale, tutti addirittura con una forte struttura narrativa autoriale (il mondo del sogno che si plasma alla realtà confondendo i suoi protagonisti).
Hill House quindi si presentava sulla linea di partenza con tante aspettative. Se Il Gioco di Gerald poteva essere stato molto probabilmente una marchettata, riuscita comunque benissimo, Hill House si palesa come opera che Flanagan voleva realizzare fortemente, e questa cura emerge puntata dopo puntata, sessanta minuti per dieci episodi. Hill House a conti fatti è un lunghissimo film di dieci ore scritto e diretto interamente da Flanagan. Partendo dalla base (il romanzo L’incubo di Hill House di Shirley Jackson), recuperando il film, Gli Invasati, e stando alla larga da una seconda trasposizione orrenda, Haunting – Presenze, Flanagan rielabora il materiale di partenza, mantenendone l’anima al meglio delle possibilità.

Tra una narrazione che si alterna a giorni nostri con flashback, stile Lost per intenderci, la storia di questi fratelli che hanno vissuto giovanissimi assieme al padre nella magione abbandonata e sinistra di Hill House, una grandissima villa da sapore gotico per resa estetica, e che un evento in particolare di natura – forse – soprannaturale, segnerà per sempre la vita dei giovani come del loro padre. Gli anni che seguiranno saranno farciti di disagrazie, problemi comportamentali che porteranno all’inevitabile rottura degli equilibri della famiglia. Ognuno per conto loro, faranno le scelte peggiori, si rovineranno vita privata e carriera, uomini e donne persi. Incontrarsi di nuovo, vuol dire affrontare definitivamente tutti quei poltergeist che si portano dietro da anni, chiudere il capitolo con il loro passato e varcare la porta rossa.

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Sarà proprio questa stanza segreta nella villa di Hill House che accompagnerà gli incubi di tutti i membri della famiglia. Una stanza segreta chiusa da una porta rossa. Anche cercando di aprirla con la forza, la porta sembra attendere qualcuno o qualcosa per aprirsi. Riunirsi al capezzale dei loro demoni passati forse sarà l’unico modo per materializzare l’unica chiave che può finalmente aprire la porta e risolvere definitivamente il mistero di Hill House.

Mike Flanagan dirige e scrive con perizia chirurgica, i vari dettagli disseminati nelle puntate sono saranno mai fini a se stessi e in alcuni momenti, in particolare la sesta puntata, si prenderà tutte le libertà creative e tecniche del caso: due piani sequenza e una testimonianza di dolore da parte di un fantasma. Godere tecnicamente e piangere narrativamente in una puntata che mostra quando Flanagan abbia avuto a cuore questo progetto.
Lui non è un fan del genere, ma semplicemente un mestierante che capisce ciò che può tenere saldo sulla sedia uno spettatore.
Eh sì, il fantasma con la bombetta mi ha messo una paura tremenda, santa miseria.

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Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
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