RomaFF13: Beautiful Boy, un labirinto emotivo-temporale

beautiful boy recensioneAlla 13° Edizione della Festa del Cinema di Roma nella Selezione Ufficiale viene presentato Beautiful Boy del belga Felix Van Groeningen.

Reduce dal successo del 2012 con il film Alabama Monroe – Una storia d’amore, grazie al quale riceverà la nomination ai Premi Oscar del 2014 come miglior film straniero e altre quattro nomination agli European Film Awards, con Beautiful Boy racconta una drammatica storia di dipendenza e disintossicazione.
Adattamento cinematografico di non una, ma di ben due autobiografie quali Beautiful Boy di David Sheff e Tweak: crescendo con le metanfetamine del figlio Nic; incentrate entrambe attorno alla dipendenza di sostanze stupefacenti di quest’ultimo. Il film affida i ruoli da protagonisti ad un convincente Steve Carrel e ad un ingombrante (ma sempre centrato) Timothée Chamalet.

Beautiful Boy si basa su un’alternanza di alti e bassi, fra disintossicazioni e ricadute. In quella costante illusione di dire: “sì questa volta Nic è uscito dal tunnel della dipendenza”; aspettativa subito negata dopo poche inquadrature, in cui il protagonista torna nuovamente a fare uso di sostanze stupefacenti.

Il film non brilla molto per la regia che si dimostra, per quanto efficace, estremamente classica per il genere. La narrazione è scandita da flashback che mostrano non solo il rapporto fra padre e figlio dando quindi rilievo al loro legame, ma permettono di farci notare il gap tra chi fosse il Nic bambino rispetto a quello adulto. Grazie quindi a un montaggio alternato fra passato e presente in una coesistenza infinita e, allo stesso tempo impossibile, seguiamo e comprendiamo tutte le emozioni del padre. La macchina da presa segue lo sguardo di quest’ultimo e, se un momento prima, assistiamo agli scatti d’ira del Nic adulto, un attimo dopo lo rivediamo bambino sereno e felice. L’alternanza temporale del montaggio mostra, quindi, le lotte interiori del padre David e il suo continuo interrogarsi su cosa debba fare o su cosa avrebbe dovuto fare, in un loop infinito di paure, ansie e responsabilità.

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Al regista sembra non interessare il perché o del come Nic passi dallo spinello alle droghe pesanti, lo stesso personaggio alla domanda del padre, alla disperata ricerca di spiegazioni, non sa darne una risposta precisa. Nic infatti non dovrebbe avere alcun motivo di cercare rifugio nella droga: ha una famiglia che gli vuole bene e ha un ottimo profitto scolastico, ma evidente non è sufficiente… che sia “male di vivere?” o piuttosto un mettere l’accento di come anche un ragazzo bianco possa cadere facilmente nel tunnel delle droghe? Certo è che Nic attraversa le classiche fasi della vita e si tratteggia come un bambino sensibile, amante dei libri, del disegno e della scrittura per passare poi ad un’adolescenza in cui domina la sensazione del recluso e dell’isolato. Il regista ci consegna così una struttura labirintica che è un pregio e un difetto allo stesso tempo. Pregio perché si discosta dalla struttura canonica divisa in tre atti (introduzione, caduta e riscatto del protagonista) preferendone, al contrario, una circolare che confonde e non approfondisce significativamente nessuna delle fasi; finendo piuttosto per allungare la sensazione della visione ben oltre le due ore effettive.

L’aspetto davvero interessante del film è il punto di vista genitoriale non tanto del personaggio David, ma in senso totale. Il genitore che emerge è quello che non si arrende e farebbe davvero di tutto (persino provare la droga) per capire le motivazioni del figlio. La curiosità di un genitore di voler vedere il figlio crescere e, allo stesso tempo, provare la sensazione contraria e opposta. La capacità di non arrendersi mai per l’amore di un figlio, perché non bastano le parole di un dizionario messe assieme per descrivere cosa un genitore provi e per capire cosa significhi, realmente, quel “più di tutto” che più volte nel film è ripetuto:

Prima di attraversare la strada
Afferra la mia mano
La vita è ciò che ti accade
Mentre sei intento a fare altri progetti
(John Lennon – Beautiful Boy)

 

Alessia Ronge

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“Tu mi uccidi, tu mi fai del bene.”
- Hiroshima mon amour
Alessia Ronge

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