RomFF13: They Shall Not Grow Old, documentario o riflessione cinematografica?

they shall not grow old posterIn anteprima alla Festa del Cinema di Roma è stato presentato il documentario They Shall Not Grow Old di Peter Jackson dedicato alla Prima Guerra Mondiale.

They Shall Not Grow Old (“non invecchieranno”) formano il verso d’apertura della poesia For the Fallen (“per i caduti”) scritta dall’inglese Robert Binyon nel 1914. Il film è stato commissionato dall’organizzazione 14-18 Now e dall’Imperial War Museum per il centenario della fine della Grande Guerra. Il documentario nasce grazie al materiale d’archivio messo a disposizione dell’Imperial War Museum e dalla BBC che ha garantito il materiale audio, in particolare, le voci dei veterani. Le immagini sono state poi colorizzate e convertite in 3D dal team di Jackson.
Il regista della trilogia del Signore degli Anelli e, grande appassionato della Prima Guerra Mondiale, vuole con questo film: “raggiungere quegli uomini attraverso la nebbia del tempo, per portarli al mondo moderno in modo da permettere loro di riconquistare, ancora una volta, la loro umanità piuttosto che lasciarli apparire unicamente come figure alla Charlie Chaplin nei filmati d’archivio. Utilizzando i poteri dei nostri computer per cancellare i limiti tecnici di 100 anni di cinema, sono riusciti a vedere e sentire la guerra proprio come l’hanno vista e sentita quelle persone”.

Il documentario è principalmente incentrato sul fronte occidentale e grazie all’intervento di voci multiple, tutte appartenenti a chi la guerra la veramente vissuta, si raccontano non solo gli eventi accaduti, ma anche i ricordi dei singoli che, in modo sorprendente, sono ottimistici anche nei momenti in cui il massacro di fango e corpi raggiunge l’apice.
They Shall Not Grow Old, nonostante non brilli per l’originalità nel modo in cui decida di trattare l’argomento e faccia cadere facilmente il film più in una concezione televisiva che cinematografica, avvia un interessante riflessione sul trattamento del colore e sul genere documentario.

they shall not grow old recensione

Jackson riprende una concezione, prettamente televisiva, che potremo definire “l’ebrezza del colore” e cerca, anche se non riesce completamente, a trattare l’immagine del film come una tela e rendere il fatto storico non appartenente al passato, ma come un conflitto moderno in cui persone fatte di carne e sangue hanno combattuto. L’operazione di colorizzazione del regista, a questo proposito, non è tanto quella di produrre una versione a colori di un film che è stato intenzionalmente girato in bianco e nero per una motivazione artistica, ma tenta di realizzare un documentario che potrebbe essere stato girato nei campi da guerra su pellicola a colori, se solo quest’ultima fosse stata a disposizione. Quello che ne risulta è un effetto interessante soprattutto sul piano sonoro, facendoci credere che esistesse un registratore in presa diretta; derivandone un effetto d’illusione sorprendente.
L’attenzione del regista è spesso orientata verso i volti dei singoli in mezzo a un gruppo, tramite primi piani. Questo preciso intento poetico dimostra come la Grande Guerra sia stata fatta da individui, persi ormai nel tempo il cui nome è soltanto un ricordo e di cui restano solo labili impressioni su una pellicola. Jackson animando questi volti, con rallenty, cerca di ridare vita a persone che sono ormai ombre e polvere di morte. La colorazione gioca un ruolo significativo nel restituire l’essenza all’immagine in bianco e nero priva d’emozione.

Il documentario che, nonostante la lunghezza più volta percepibile, è un esperimento visivo e dimostrazione di un preciso stile autoriale. The Shall Not Grow Old è una riflessione non solo sul genere in quanto tale, ma anche sull’andamento del cinema contemporaneo. Dimostrando come il digitale metta in discussione, ancora di più, il trattamento dell’immagine tout court. Quest’ultima se a inizio film era capace di occupare solo il centro dello schermo in un “triste” bianco e nero, a guerra iniziata, fagocita tutto lo schermo in un’esplosione di colori: creando un “falso storico visivo”. Quello che ne risulta è una commistione fra storia vera (in bianco e nero e muta) con una storia (a colori e sonora) personale ed emotiva. La Grande Guerra non è più quella “oggettiva” (ammesso che ne esistesse una), ma è quella registica che la umanizza in ricordo del nonno che quella la guerra la veramente vissuta

Alessia Ronge

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“Tu mi uccidi, tu mi fai del bene.”
- Hiroshima mon amour
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