RomaFF13: Stan & Ollie, due menti con un singolo pensiero

stan e ollieStan & Ollie, presentato alla 13° Festa del Cinema di Roma, è il nuovo biopic di Jon S. Baird.

Laurel & Hardy in arte Stan e Ollie o Babe (in italiano Stanlio e Ollio) sono stati uno dei due più famosi comici della storia del cinema interpreti del genere slapstick. Siamo nel 1921 quando il duo comico si incontrerà per la prima volta sul set di Cane fortunato. Bisognerà aspettare il 1926, con il film Get ‘Em Young perché il duo si incontri nuovamente. Stan & Ollie verranno consacrati, definitivamente, nel campo del lungometraggio coi film Fra’ Diavolo, Nel paese delle meraviglie e Noi siamo zingarelli.

Le caratteristiche che hanno reso la coppia celebre al grande pubblico sono dei connotati particolari. Le avventure di Stan & Ollie spesso si concludono malamente, anche se Stanlio riesce in genere a uscirne illeso e Ollio che lo rimprovera; è in questa occasione che si verificava lo sguardo in macchina come se Ollio si rivolgesse, sconsolato, direttamente agli spettatori per cercarne comprensione. Altra tipica situazione delle loro gag era la contemporanea e graduale distruzione reciproca di un qualche oggetto che per ripicca, colpo su colpo, veniva smontato e distrutto. Altro elemento distintivo dei due personaggi era la risata, si veda Lo sbaglio (1930), Ospiti inattesi (1932) e in Frà Diavolo (1933).

Una delle tipicità della coppia è anche la loro dizione storpiata. Essa nacque da una trovata casuale quando esordì il loro primo cortometraggio sonoro, a quel tempo il doppiaggio in lingue straniere non era stato ancora inventato. Il produttore Hal Roach, per rendere i film più appetibili per il mercato estero, fece ripetere ai comici le scene cinque volte in altrettante lingue: a ogni sequenza gli attori secondari venivano sostituiti con i madrelingua, mentre Stanlio & Ollio erano via via costretti a recitare nelle in lingue, perlopiù sconosciute, leggendo le battute. L’effetto fu involontariamente comico, perché i due tendevano ad alterare le parole spostandone gli accenti (come in “stupìdo” o “automobìle”). Il pubblico straniero si affezionò a questo buffo modo di parlare e, quando nel 1933 il doppiaggio venne inventato, i distributori pretesero che queste caratteristiche venissero conservate. In Italia gran parte del loro successo è dovuto a varie coppie di doppiatori che si cimentarono a prestare loro le voci, quello più famoso è di Mauro Zambuto e Alberto Sordi, che diedero loro un’identità vocale ben definita.

stan e ollie

I film della coppia, spesso sottovalutati, interpretano in realtà la società statunitense degli anni trenta prostrata dalla crisi del 1929. Alla società non offrono sogni e speranze per l’avvenire, ma soltanto risate intese come una medicina efficace e palliativo anestetizzante dei mali quotidiani. La morale dei loro film raramente vede il classico happy end, ma sotto il lato comico si nasconde una grande quantità di situazioni sociali. Il loro è un esempio di umorismo puro in tutte le sue sfumature, senza espliciti messaggi ideali o doppi sensi. Le personalità prive di cattiveria di Stanlio & Ollio sono come due adulti rimasti bambini che non capiscono cosa sia il male, lo ignorano e ne diventano vittime inconsapevoli. Non è un caso che sono proprio i bambini che si appassionano, ancora oggi, alle storie dei due personaggi, così come gli adulti riscoprono nella risata un’innocenza infantile.

Il film di Baird si concentra sull’ultimo periodo della carriera cioè quando Stan (Steve Coogan) e Ollie (John C.Reilly) sono alle prese con un tour teatrale in Inghilterra. Nonostante Hardy, avesse sofferto di un infarto durante l’iniziativa, non impedì loro di congedarsi dal pubblico nel migliore dei modi.

Steve Coogan e John C. Reilly offrono una grande interpretazione di Laurel e Hardy e con grande abilità non solo fissano i due personaggi sullo schermo, ma inventano una performance più naturalistica per la versione fuori scena dei due comici: un’imitazione brillante e intelligente che non scade nell’impersonificazione. Un aspetto interessante che i due attori avviano riguarda una sorta di fascino smorzato. Il film avrebbe potuto cadere nella tragedia o in un semplice omaggio ma, grazie anche alla scrittura di Jeff Pope e al profondo amore che i due attori provano per il duo comico, possiamo guardare Stan & Ollie senza una malinconia eccessiva. Coogan e Reilly rimangono riconoscibili come gli iconici comici, ma anche come convincenti umani a tutto tondo. Grazie anche a Nina Arianda e Shirley Henderson, che interpretano le rispettive moglie del duo, l’effetto nostalgico viene attenuato. Queste, spesso impegnate a loro volta a bacchettarsi l’una con l’altra, creano un perfetto equilibrio filmico e compensano la parte maschile. Il risultato è dei più meritevoli, con la sensazione di assistere al vero duo comico.

stan e ollie

Baird racconta la storia allegra di che non si arrende e di chi ama profondamente cosa fa perché non è solo l’unica cosa che sa fare, ma è anche l’unica che abbia mai voluto e che vuole continuare a intraprendere. Una grande riflessione non solo sulla figura dell’attore, ma anche su cosa significhi essere artista. Nel film la dicotomia fra la finzione scenica e la realtà fattuale si annullano superando un confine fra personaggio, attore sulla scena e persona nella vita reale. Baird confonde le acque: in cui il personaggio entra nella vita reale e in cui l’attore interpreta se stesso; in un palinsesto infinito di possibili combinazioni.

Il film concentrandosi su una periodo temporale specifico e insolito, quello dell’ascesa, non si spoglia di quella tristezza, di quel viale del tramonto e del “bello finché è durato”. L’aspetto interessante è quello di mettere in scena gli spettacoli che hanno reso celebri i comici, ma cambiandone di segno. Grazie al talento dei due attori protagonisti che contemporaneamente mostrano anche il loro talento, si mostra non solo il genio dei veri Stanlio e Ollio, ma cambiando la polarità si può raccontare l’evoluzione del mondo dello spettacolo e dell’umorismo; guardando il film con un nodo alla gola e con un sorriso sul volto.

La regia spogliandosi di qualsiasi orpello formale si mette totalmente al servizio della storia e dei protagonisti restituendo quei colori, modi, suoni, luci, abiti e ambienti di un’epoca dorata e di una Hollywood prima dello show business. Il regista decide di non prendersi rischi, perdendo così quel tocco fantasioso che ha sempre contraddistinto il suo stile. Un biopic al contrario che, grazie ai flashback, concentrati a inizio film creano le premesse drammatiche per la costruzione del racconto e accrescono il contrasto fra i protagonisti.

Se i due non riescono a girare il film su Robin Hood, nessuna paura, perché ci pensa il cinema digitale: capace di mettere in scena il non realizzato. In un pastiche fra cinema muto, sonoro e scene slapstick arriviamo sì a un film nostalgico (come molto cinema contemporaneo), ma capace di spogliare il digitale di quella nota puramente tecnica e fredda, caricandola di un’umanità fuori del comune.

Alessia Ronge

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“Tu mi uccidi, tu mi fai del bene.”
- Hiroshima mon amour
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