Classic Halloween – Double Feature su La maschera di cera e Ho sposato una strega

Quella de La maschera di cera è la storia di una scommessa fatta e vinta. Quando il regista ungherese André De Toth, fuggito dalla seconda guerra mondiale e trapiantato a Los Angeles da una decina d’anni, propone al mogul hollywodiano Jack L. Warner di girare il remake in 3-D e a colori dell’omonimo film del ’33 diretto da Michael Curtiz (anche lui ungherese) finisce con l’ottenere il via libera da parte del produttore, ma solo a patto di non superare le spese quantificate a poco più di un milione di dollari. Warner corre anche un altro non trascurabile rischio: De Toth è cieco da un occhio, si aggira per gli studios con una benda nera da pirata e deve realizzare una pellicola in 3-D. Può farcela. Le due parti raggiungono l’accordo e De Toth non solo consegna il film dopo un solo mese di riprese, ma riesce a spendere metà del budget. Quando La maschera di cera esce nelle sale statunitensi è uno dei più grandi successi del 1953 (in Italia arriva pochi giorni prima di Halloween): la gente fa la coda, si arma di occhialini e pop-corn e fa registrare un incasso oltre più ogni rosea aspettativa.

La maschera di cera è un trionfo sul piano realizzativo perché oggi, sessantacinque anni dopo, non ha perso nulla del fascino originale. Non una storiella dell’orrore fine a se stessa, ma una disamina cinica, allegra e macabra capace di mettere sullo stesso piano personaggi normali e folli. La vicenda gira tutt’attorno a Henry Jarrod (Vincent Price), il quale, dopo aver perso in uno spaventoso rogo tutte le sue creazioni in cera di figure storiche come Cleopatra, Lincoln, Giovanna d’Arco e Maria Antonietta ed esserne uscito completamente sfigurato, decide di aprire un nuovo museo dedicato ai criminali più famigerati. Solo che adesso le statue vengono modellate su veri cadaveri di cui Jarrod s’impadronisce negli obitori fino a quando, inevitabilmente, viene scoperto.

Ho sposato una strega veronica lake recensione

“Ho sposato una strega”, con Veronica Lake

La maschera di cera presenta dinamiche narrative e misteri che strizzano l’occhio a Il fantasma dell’Opera (la bella e il mostro, la vera identità celata dietro una maschera, …) e soprattutto l’idea dell’imbalsamazione come arte che a sua volta nasconde una metafora del processo creativo: dare vita a qualcosa d’inanimato su cui riversare passione, ossessioni, desideri. Jarrod è acceso da pulsioni opposte, da un lato l’elevazione a qualcosa di ultraterreno e dall’altro l’annientamento di sé e di chi ama.      

Diametralmente opposto (e con una dose massiccia di umorismo) è Ho sposato una strega, film del ’42 diretto da René Clair, altro e ben più noto emigrato europeo. Lo spirito di una fattucchiera, arsa viva, rimane imprigionato dentro una quercia sulle cui radici sono state gettate le ceneri. È il New England del XVII° secolo e circa trecento anni dopo, quando un fulmine abbatte un ramo dell’albero, l’anima di Jennifer (Veronica Lake, dal 1944 al 1952 moglie, guarda caso, di André De Toth) può finalmente liberarsi da quella prigione dendritica e cercare il suo amato, rintracciabile ormai nel discendente (Fredric March), il quale -dopo aver creduto di essere finito vittima di un intrigo politico volto a incastrarlo e rovinargli la carriera- finisce con l’abbandonarsi nelle spire di quell’ammaliante e bellissima bionda con più poteri di un Jedi (“Long, long ago, when people still believed in witches …”).

I fanatici di René Clair giudicano Ho sposato una strega un’opera minore del regista e, se forse lo è anche, nulla toglie che sia un titolo meraviglioso pur nella sua semplicità e brevità. Imitato e scopiazzato da molti, sia per il cinema sia per la televisione, il film tratta di matrimoni combinati, di superstizione e caccia alle streghe, di malelingue mai con pesantezza e sempre con leggerezza. Si dice i protagonisti si siano odiati ferocemente durante le riprese, tuttavia ciò non traspare. Anzi.

La maschera di cera e, soprattutto, Ho sposato una strega non spaventerebbero neanche un marmocchio dell’asilo, chiaro, però hanno resistito splendidamente alla prova del tempo grazie anche alle indimenticabili interpretazioni di Vincent Price e Veronica Lake in quelli che sono ruoli iconici per i quali entrambi vengono identificati ancora oggi. Oltre a ciò, questi film sono l’esempio perfetto di come due cineasti dalla formazione europea come Clair e De Toth siano riusciti ad adattarsi all’industria hollywoodiana, apportando influenze esterne e mantenendo una certa libertà. Non tutti ne sono stati capaci.

Vincent Price La maschera di cera

Vincent Price ne “La maschera di cera”

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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