Da Erin Brockovich a Contagion: l’Epidemia secondo Soderbergh

GERMI NAZISTI

Prima di dedicarsi a Contagion, lo sceneggiatore Scott Z. Burns e il regista Steven Soderbergh erano ben intenzionati a fare un film su Leni Riefenstahl (1902-2003), cineasta tedesca la cui fama è legata soprattutto a opere di propaganda nazista come Trionfo della volontà o i due documentari sulle Olimpiadi berlinesi del ’36. Allergico alle politiche interne dei grandi studios hollywoodiani, Soderbergh voleva girare un biopic che mostrasse le difficoltà incontrate dalla Riefenstahl nel dover accontentare le pretese di Goebbels e Hitler e che evidenziasse i punti di contatto tra il Terzo Reich e l’industria cinematografica americana. Tosto, eh? Inutile dire che non se ne fece nulla. Nessun produttore avrebbe finanziato una tale sceneggiatura. Soderbergh e Burns anni dopo dissero di aver (per il momento) abbandonato quel progetto perché semplicemente non avrebbe avuto presa tra il pubblico di oggi e sarebbe costato più di quanto avrebbe mai incassato (anche perché era ancora troppo recente il flop di Intrigo a Berlino, fiacca spy-story modellata su classici come Casablanca nello stile e nella forma).

Nazismo, si diceva. Nazismo come ideologia epidemica. Da un focolare originatosi da una mente folle e propagatosi tra le macerie di una nazione senza guida fino ad arrivare ai roghi in piazza, le torture fatte passare per esperimenti scientifici insensati, le camere a gas, i cadaveri scheletrici bruciati nei forni crematori, il fumo fuori dai camini, la dispersione dei morti nell’aria, le ceneri a concimare campi di neve sotto cui dormono carcasse umane. La cultura spazzata via. Cancellata. Sterminata. L’uno si convince di essere forte e di ciò convince così tanto il prossimo da infondergli fiducia, diventando complici della barbarie commessa. Inevitabilmente uniti in quel suicidio che viene perpetrato. Insieme diretti verso la fine senza poter tornare indietro.

Soderbergh e Burns, a detta loro, si sarebbero concentrati sul rapporto schiavo-padrone tra una, seppur tutelata dall’élite e coccolata nel tepore germanico, subordinata film-maker (la Riefenstahl) e il potere nazista. Rapportando quella condizione alla loro e nascondendosi dietro a personaggi realmente esistiti, quel film mai realizzato li avrebbe ritratti come paladini in lotta per la libertà e l’indipendenza da strappare dalle grinfie delle ricche case di produzione hollywoodiane (originariamente governate da ebrei). Capito di dover invertire la rotta o, meglio, di prendere un’altra direzione, i due decisero di conservare l’idea di un mondo che sprofonda nell’orrore (l’epidemia, appunto) e di raccontarne la diffusione, la reazione della società, i comportamenti individuali e infine l’origine. Nasce Contagion.

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CHICKEN & PIGS

L’avidità e la lotta primitiva per l’accaparramento della ricchezza è una delle costanti nel cinema di Steven Soderbergh così come lo è la corsa alla scoperta scientifica. In Mosaic, ricconi in fissa per opere d’arte di grande valore combattono una riccona per del prezioso berillio che giace nel terreno della sua proprietà. Le rapine rappresentano il fulcro narrativo della trilogia degli Ocean e di Logan Lucky. Il nuovo film che il regista sta girando, The Laundromat, riguarda paradisi fiscali, soldi imboscati all’estero, tasse evase e altri reati (i famosi Panama Papers) mentre quello che ha già girato e che ancora non è uscito (High Flying Bird) parla della losca compravendita di giocatori dell’NBA. Il denaro come strumento di forza e soggiogamento consensuale è alla base di Behind the Candelabra così come è mezzo per accedere al piacere carnale di cui godere i corpi ammirandoli da vicino (Magic Mike) e tastandoli (The Girlfriend Experience). Mentre in Side Effects, Unsane e nello stesso Contagion, spietata e mai velata è la critica al business delle industrie farmaceutiche, che macinano miliardi di dollari e che per esistere hanno bisogno di una società di malati.

Le aziende che coinvolgono migliaia di dipendenti e che forniscono un servizio a milioni di persone hanno a disposizione tali capitali economici da potersi permettere di fare il buono e il brutto tempo in maniera più o meno indisturbata fino a quando qualcosa d’irregolare non viene scoperto, denunciato ed esse non vengono portate in tribunale dove, con ogni probabilità, avranno vittoria facile grazie a team di avvocati espertissimi. Con l’unica differenza che invece di vincere, perde, è il caso della PG&E (Pacific Gas and Electric Company) di un altro film di Soderbergh, Erin Brockovich, tratto da una storia vera. Uno dei grandi successi dell’anno 2000 che non solo sembra complessivamente essere invecchiato meglio di altri film d’inchiesta usciti precedentemente (grazie anche al direttore della fotografia, Ed Lachman), ma che mostra un’America pre-11 settembre così spaventosamente simile a quell’attuale di quasi un ventennio dopo.

Come nel caso del film sulla Riefenstahl che mai fu, quella di Erin Brockovich è la battaglia di una donna che deve scontrarsi con una società patriarcale che la vorrebbe zitta e muta dietro una scrivania a ubbidire agli ordini e che invece deve combattere per potersi emancipare. È una missione che Erin si trova a portare a termine quasi per caso quando ha letteralmente tra le mani le prove di uno scandalo: lo sversamento di materiali tossici nel terreno e nelle falde acquifere in California da parte della PG&E, colosso americano del gas naturale.

Parabola capace d’ispirare chiunque trovi ostacoli nel “farcela” e nel far trionfare la verità, è strano che un biopic come questo non sia stato recuperato dal movimento #MeToo e non ne sia diventato vessillo. Forse perché Julia Roberts s’infila ovunque e letteralmente apre porte e archivi grazie alla sua generosa scollatura, il bel paio di gambe con onnipresenti tacchi, gli occhioni dolci, la parlantina veloce, il linguaggio diretto senza giri di parole, i succinti abiti contemporaneamente provocanti e imbarazzanti? Ci si può fare strada anche così, in un mondo di maiali pronti a sbavare e deboli di fronte a della carrozzeria messa in mostra.

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Quando la protagonista è ancora all’inizio della sua indagine, una coppia di allevatori le sottopone alcune fotografie dei propri polli e delle proprie galline cresciute in una delle aree inquinate. Quegli uccelli nascono senza la capacità di zampettare e giacciono a terra impossibilitati a muoversi in attesa di una morte ancor più veloce di quella che già gli spetterebbe. Vengono al mondo malati così come sviluppano tumori gli esseri umani che abitano quel territorio. L’unica differenza è sui tempi d’incubazione perché tutti i viventi vengono colpiti senz’alcuna distinzione. Uomini e donne si ammalano bevendo quell’acqua, toccando quella terra, mangiando carne di animali ivi fatti crescere. Quel che sta capitando è una strage perpetua e nessuno sta facendo nulla.

Di fronte a uno scenario del genere lo step successivo può essere solo uno: l’estinzione, che è anche la naturale conseguenza di quel che può accadere se quel meccanismo di autodistruzione non viene interrotto. Andando avanti così si farà tutti la fine dei dinosauri (nella cameretta del figlio di Erin è appiccicata al muro la locandina del primo Jurassic Park, ovviamente non una scelta casuale al di là dell’essere pellicola amata da pressoché chiunque). L’intervento della protagonista, in tal senso, è provvidenziale perché almeno all’apparenza segna un prima e un dopo. Grazie a testimonianze, firme, prove e chi più ne ha più ne metta il processo viene vinto e diventa di dominio pubblico: la compagnia incriminata deve pagare e riparare i danni provocati. Come si è già scritto, sì, è un trionfo tanto della giustizia quanto dei più deboli, ma realisticamente quant’è il margine di miglioramento? Minimo. La PG&E viene costretta a sborsare centinaia di milioni di dollari a favore delle persone colpite e s’impegna a bonificare i siti contaminati. In parole povere: qualcosa viene fatto, ma è ormai troppo tardi.

Superficiale. Ecco come definire il lavoro svolto: superficiale. Le cisterne e i condotti possono essere smaltiti e cambiati con nuovi, l’acqua stessa può essere depurata o semplicemente sostituita, ma la terra no. I terreni non funzionano come compartimenti stagni: se vengono sversate grandi quantità di componente tossica in uno strato superficiale anche quello sotto e quello sotto ancora vengono inquinati. Via via, scendendo verso gli inferi, sempre meno perché il materiale tossico è come se si stemperasse, ma c’è. Quindi, nel caso specifico della vicenda del film Erin Brockovich viene assicurata la prospettiva di un futuro migliore a quella comunità, ma, beffa delle beffe, pochissime di quelle persone se lo potranno godere o faranno a tempo a vederlo. Lo stesso finale del film, nella sua plastificata e speranzosa rappresentazione dei frutti che cresceranno dopo aver conquistato la verità, è di un’amarezza sconcertante anche se quasi non ce ne si rende conto.

Le cellule tumorali stanno aggredendo e corrodendo gli organismi delle persone, la morte è la loro unica prospettiva possibile, eppure esse si rallegrano così tanto di ricevere un lauto risarcimento in denaro (una manciata di milioni a testa) da mettersi a piangere dalla gioia. Potranno tenersi strette le banconote mentre verranno sepolte. Potranno pagare parte delle cure che la progenie dovrà sostenere nei decenni a seguire. La frustrazione data dal non poter far nulla, come i volatili di prima, viene compensata a suon di assegni. E tutto grazie a una persona (Erin) e al suo team che si sono mobilitati per migliore quella situazione ormai solo parzialmente risolvibile. Meglio di niente, certo. Emblema dell’America, ennesimo paradosso è la felicità nello sguardo della Brockovich quando riceve anche lei il suo tanto agognato assegno (la cui cifra va ben oltre le sue aspettative) per il lavoro ottimamente svolto. A vincere davvero non è lei, non è quella gente, non è nemmeno la giustizia, ma è ancora una volta il capitalismo. Gli unici a pagare davvero saranno sempre i poveracci anche se ricoperti di banconote.

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Julia Roberts e Steven Soderbergh durante le riprese di “Erin Brockovich”.

ADMONITIO MORBI

Hickney, il luogo dove il flagello mostrato in Erin Brockovich si muove sotterraneo, diventerà venticinque anni dopo una sorta di città fantasma avendo perso (per morte o trasferimenti) circa l’80% degli abitanti che c’erano nella prima metà degli anni ’90. Il numero di cittadini è così drasticamente calato che persino la scuola elementare ha finito per chiudere. È ancora aperto un unico negozio di alimentari che, chissà come, continua a funzionare per quelle poche anime rimaste.

Quella vicenda è simile a tante altre sulla faccia del pianeta. Da un lembo all’altro del globo è un susseguirsi di catastrofi naturali o causate dall’Uomo: terremoti, tsunami, impianti nucleari che esplodono. Come Ethan Hawke in First Reformed si possono sorvolare mentalmente i continenti per constatare coi propri occhi quanto la società sia un cancro di cui la Terra un giorno o l’altro dovrà liberarsi per tornare a un anno 0. Forse è già successo, forse succederà ancora.

La Natura funziona così: quando non può più farsi carico di una condizione, la fa precipitare. Per quanto il settantenne clown col ciuffo arancione provi a convincere che il cambiamento climatico sia una fake news, non è così e i flussi migratori che seguiranno nei prossimi anni saranno sempre più dovuti alla scomparsa di regioni intere a causa dell’innalzamento dei mari. Ci sarà un giorno in cui posti come Venezia non esisteranno più. Senza tralasciare la perdita più grande: specie animali e vegetali si estingueranno a ritmi inarrestabili e di fronte all’indifferenza generale. Sta già succedendo. Pochissimi stanno facendo qualcosa, soprattutto pochissimi di coloro i quali potrebbero efficacemente tentare di fare qualcosa (governi, multinazionali, …). Non è questione di allarmismo; quello che gli scienziati hanno previsto, spesso venendo tacciati per catastrofisti, si sta verificando pezzo dopo pezzo. Le alluvioni, le frane, le mareggiate sono antipasti della crisi ecologica che le società non potranno far altro che tamponare perché non potranno più arginarle.

Immaginando il futuro, da sempre è motivo di fascinazione per gli scrittori pensare a cosa potrebbe succedere nel caso di un’epidemia mondiale in grado di minacciare non solo l’esistenza dell’umanità, ma la sua stessa sopravvivenza. È quel che viene raccontato in Contagion, che, ricontestualizzandolo, presenta drammatici punti di contatto con Erin Brockovich e si configura come una sua ideale prosecuzione. Cronologicamente, il primo è la prova di come si possa influire negativamente sull’ambiente e il secondo altro non fa che illustrare gli effetti delle sconsiderate politiche di deforestazione e allevamento intensivo. Si è detto che uno dei modi con cui la Natura può ristabilire un ordine è l’introduzione di un elemento equilibratore: un morbo che decimi la popolazione.

VESPERTILIO

Asia. È l’alba. Avanza una ruspa che dopo poco tira giù una palma dove sonnecchiano dei pipistrelli. Svegliatisi, fuggono via emettendo versi. Uno di questi si appoggia su un albero di banane. Con le fauci prende parte di un frutto, si allontana ancora. Trova un punto su cui appendersi sotto la tettoia di un allevamento di maiali. Mentre rosicchia quel boccone, gli cade a terra. Un piccolo suino grufola e lo mangia. L’indomani, un uomo prende quel maialino, lo mette in gabbietta, lo carica -assieme ad altri- su un autoveicolo e lo porta via. Tempo dopo e con qualche chilo di carne in più, l’animale giace morto sul vassoio della cucina di un ristorante. Colui che l’ha condotto lì, si scopre essere un cuoco ed è intento a inserire nella bocca qualche materiale prima di cucinarlo. Le dita sfregano sui denti, che provocano microlacerazioni sulla mano. Quel signore viene interrotto perché una cliente vuole complimentarsi con lui per la cena e scattare una foto ricordo. La donna, una turista americana, entrerà in contatto con quelle mani infette e contrarrà il virus. È la paziente zero, colei che spargerà il morbo. La morte si abbatterà ovunque senza distinzioni, ma senza colpire tutti.

Il finale di Contagion, appena descritto, illustra l’inizio dell’epidemia. Il primo giorno dell’apocalisse. Lo spettatore ha assistito per i cento minuti precedenti a momenti di panico, ipotesi terroristiche, morti non sepolti, profeti e profitti, cumuli di spazzatura e macerie, polli nelle gabbie, mogli fedifraghe ed esperimenti su scimmie, assalti ai supermercati, fosse comuni, rapimenti, estrazioni a sorte, vaccini e fucili, scorte d’acqua e cibo in scatola, e prima dei titoli di coda finalmente scopre cosa ha dato il via a tutto. La società è parzialmente tramontata, ma può risollevarsi.

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È sulle note rasserenanti degli U2 (il brano è All I Want Is You) che Steven Soderbergh decide di mettere in scena l’ultimo atto della sua opera, un epilogo al contrario che si rivela come avvertimento per il presente. Un monito per un vicino futuro che a breve arriverà e che, oggi, rimane fondamentalmente inascoltato. Da sempre identificato nel mondo occidentale, in un misto di morbosa fascinazione e terrore, come essere trasmettitore del Male, il pipistrello è in Contagion l’equivalente del roditore portatore di peste. Di fatto, il mondo raccontato nel film sprofonda in un nuovo Medioevo da cui riesce a uscire solo a fatica e dopo che innumerevoli individui sono crepati senza sapere neanche perché.

Un malsano divertimento, quanto mai efficace sullo schermo, quello di Soderbergh e Burns che scrivono e girano il miglior lungometraggio di finzione sul tema. Contagion è un blockbuster da sessanta milioni di dollari di scarso successo commerciale nonostante un cast stellare. Il motivo è presto detto: troppo cupo e lontano da quell’intrattenimento spicciolo legato ai maggiori disaster movies. Un film realistico, se vogliamo, che spaventa senza esaltare. Quel che succede in Contagion è inquadrabile nel reame del “possibile” dal momento che gli scenari narrati corrispondono a quello che si può verificare sotto ogni aspetto, dall’originarsi del virus alle sue conseguenze su scala internazionale. Si può sorridere della tizia che non vuole allarmare la gente perché sennò le vendite durante il weekend diminuirebbero, ma sappiamo poter succedere anche nella realtà. Si può provare simpatia per il blogger mitomane, eppure oggi i grillini ce li troviamo al governo del paese (agli americani è andata, forse, anche peggio con le elezioni del 2016). Si possono giudicare insufficienti le politiche attuate per far fronte alla crisi epidemica, ma l’incapacità di dare concrete risposte al popolo nonché il muoversi a tentoni nel buio sono sempre stati il segno distintivo di chi detiene il potere. La lezione è: goditi un grande film, ma, se non l’hai ancora fatto, inizia anche a preoccuparti.

MASCHERA MORTUARIA

In parallelo corrono due concetti all’interno di Contagion: la Medicina non sa che pesci pigliare per trovare una cura e le industrie farmaceutiche fanno a gara a chi arriva prima al traguardo. Il progresso nasce da condizioni difficoltose e non dal benessere, vero, però il tracollo di molti può rappresentare un vantaggio per altri. Dai rimedi ancora primitivi, ma rivoluzionari, della serie tv The Knick all’individuazione di un vaccino miracoloso in Contagion il passo è breve. La storia insegna che spesso l’innovazione si nasconde letteralmente dietro l’angolo, a volte invece la si raggiunge percorrendo strade tortuose. La verità è che non esistono risposte uniche, universalmente valide per sempre, irrinunciabili. Nel 1918 -ed è proprio il film a ricordarlo- l’1% della popolazione mondiale (c’è chi dice il 3 o il 5%) muore per l’influenza spagnola, una tragica “scena dopo i titoli di coda” al termine della WWI. In termini numerici: 500 milioni d’infettati e tra i 50 e 100 milioni di morti. In più, bisogna aggiungere i caduti di guerra e gli ancor più numerosi mutilati e feriti. In termini di perdite umane, è un quadro spaventoso. Sulle macerie c’è sempre chi riesce a lucrare e trarre un vantaggio. Cent’anni dopo, il numero di ospiti della Terra si è quadruplicato: da un miliardo e mezzo si è arrivati a oltre sette miliardi. Spazio ce n’è ancora, parecchio anche, però inizia a porsi il problema non da poco delle riserve e dell’approvvigionamento di materie prime.

Oggi ci si divide in malnutriti (obesi, diabetici, etc.) e denutriti (l’Africa, sempre lei) e chi non ha problemi di alimentazione, perché segue una dieta capace di mantenere stabili le funzioni dell’organismo, quasi sempre manifesta disturbi di altro genere (stress, depressione, dipendenze da alcol o droghe). Girandosi da un lato o dall’altro, quasi tutti assumono medicinali o veleni di vario genere (radiazioni, smog, cibi contaminati da pesticidi, acque con alti livelli di tossine). Prospettiva desolante. Nel suo offrire un messaggio positivo che ha l’effetto di un placebo, Contagion informa di una cosa tanto importante quanto da far rabbrividire: solo un calo drastico di persone, solo un genocidio “naturale” e senza armi, può permettere al pianeta di depurarsi da quel tumore chiamato Uomo.

Schermo nero. Tosse.

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Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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