Steven Soderbergh e la tragedia americana di Bubble

Nel 2005, durante la sessantaduesima Mostra del Cinema di Venezia, viene presentato fuori concorso Bubble di Steven Soderbergh. Con questo film uno dei cineasti più coraggiosi del panorama statunitense sperimenta non solo a livello filmico, ma anche distributivo. Bubble è, infatti, il primo di sei episodi usciti contemporaneamente nei cinema, in DVD e sulla TV via cavo per una semplice logica di risparmio; dato il progetto “sperimentale” si decide di tenere il “braccino corto” sui costi di produzione e pubblicitari, girando in digitale e scegliendo attori non professionisti.

Ci troviamo in una piccola provincia dell’Ohio dove ogni giorno Martha passa a prendere Kyle dirigendosi alla fabbrica di bambole nella quale lavorano in una routine interminabile divisa fra lavoro, junk food, TV e una birra al pub. Tutto sarà interrotto con l’arrivo di Rose.  Con pochissimi movimenti di macchina e un montaggio ridotto all’osso, Bubble si presenta come un thriller che sfocia, facilmente, nel “giallo”. Girato in tempi record l’approccio è quello minimalista, come lo è anche la piccola realtà di provincia raccontata.

La “Bolla” è quella di una provincia statunitense dimenticata: le fabbriche chiudono, l’alimentazione è basata sul cibo spazzatura e la vita non consente altro che un lavoro malpagato. Quel che rimane da fare è accontentarsi, soffocare le ambizioni e il “fuggire via” pare solo una frase buttata lì senza crederci troppo. Il regista incornicia tutto con uno stile filmico secco, con quella capacità ironica-grottesca che vela una realtà profondamente inquietante e perturbante, dove in una reiterata routine senza fine, sonnecchia latente la tragedia nella quale i vuoti narrativi, riempiti dai rumori di ambiente e da monosillabici dialoghi, sono importanti tanto quanto i pieni. Soderbergh consegna un’opera di tutto rispetto grazie a uno stile senza fronzoli, con piani fissi quasi interminabili, l’uso del digitale più vero del vero (che non scade però nel neo-realistico), raccordi lirici (la chitarra di Robert Pollard) e curiosi (l’insistenza sulla fabbricazione delle bambole).

Bubble narra quindi la solitudine, l’emarginazione, l’instabilità mentale e più profonda del nostro essere che si scatena con pulsioni viscerali di vera follia (sullo stesso tema insiste anche Unsane). Soderbergh così facendo può raccontare quell’America rimossa, scomoda, oscurata dalle luci delle grandi metropoli e dalle logiche dello Star System. Il regista fa uscire la sua “bolla” (la provincia) ribelle (lo Studio System) contemporaneamente su più piattaforme.

Il regista si concentra alternativamente, talora su Martha talvolta su Kyle giungendo a un’ellissi, omettendo un’informazione essenziale. Spesso la narrazione e/o lo stile si mascherano da finti-sperimentalismi che sono espedienti già visti; la pellicola pare comunque non andare oltre gli intenti preannunciati a inizio film con tanto d’inquadratura di una gru che scava nel terreno di un cimitero… in cui tutto si preannuncia fin troppo chiaro.

Ad ogni modo Bubble risulta efficace nei suoi intenti. Una tragedia americana, nella quale la malinconia cade o scade nella nevrosi dove tutto è vero e chiaro, racconto di un mondo fragile in cui i confini sono spostati e ogni gesto perde di significato: un mondo di bambole smembrate e rimontate a piacimento.

Bubble Soderbergh recensione film

Alessia Ronge

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“Tu mi uccidi, tu mi fai del bene.”
- Hiroshima mon amour
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