Perché The First avrebbe potuto essere la migliore serie dell’anno, ma così non è stato

Un revival sulla NASA è in corso nell’universo degli audiovisivi. Per marcare i sessant’anni dalla nascita dell’agenzia spaziale americana e quasi i cinquanta dal primo allunaggio è stato realizzato quel First Man (film d’apertura a Venezia75) passato troppo in sordina. Solo qualche mese dopo è arrivato il turno di The First, serie tv uscita fuori dalla brillante mente di Beau Willimon (House of Cards), che, se sempre di viaggi spaziali parla, volge una traiettoria diversa dal film di Damien Chazelle e punta dritto su Marte in attesa che l’umanità vi poggi piede per davvero. Non senza qualche imprevisto o cambio di programma. Sul pianeta rosso ci hanno già accompagnato, con risultati altalenanti, Brian De Palma con Mission to Mars (2000) e più recentemente Ridley Scott (The Martian, 2015), ma è interessante e assolutamente non casuale notare che The First sia uscito poco prima dell’inizio di una nuova spedizione (sempre a distanza) su quel suolo alieno.

La corsa allo spazio quando ci si dovrebbe occupare della Terra. I processi in diretta televisiva. Lieti eventi che si trasformano in tragedie. Il mondo osservato con gli occhi dei propri figli per cercare di capirlo meglio, con la conseguenza di preoccuparsi per le generazioni future. Traumi non superati. La dipendenza del genere umano nei confronti della tecnologia. Un’America con un Presidente donna (fantascienza, per ora, sì). Logiche del prevalere sul prossimo. La vita come countdown tra un avvenimento e quello successivo. I temi presenti in The First sono molti e ciononostante alla lunga dilaga una ripetitività inaspettata. Vero che l’obiettivo è quello di mostrare tanto il dramma familiare degli Hagerty quanto la preparazione per una nuova missione spaziale, però la sensazione che prevale di più è quella di uno spot della NASA che si dipana di puntata di puntata (prendere o lasciare).

Alla luce di ciò, bisogna aggrapparsi ai primi due episodi, una specie di film bipartito. La regia (e qua e là qualche innegabile tocco nella sceneggiatura) è della talentuosa regista polacca Agnieszka Holland, classe 1948. Tutto il meglio di The First è qui, concentrato in novanta minuti. Dal fallimento, genitoriale e tecnico-scientifico, al desiderio di spingersi più in là, al correggere gli errori e lasciarsi indietro il passato per andare avanti. Il muso mortificato del labrador che ha fatto la cacca in casa perché il padrone non è riuscito a portarlo fuori è narrativamente uno dei punti più alti perché simboleggia tutto ciò che The First vuole portare avanti: la colpa, la consapevolezza di aver sbagliato, la necessità di rimediare, di rimboccarsi le maniche, di pulire quel che c’è da pulire e ripartire da zero.

Chi non è interessato recuperare l’intera serie tv dovrebbe almeno farsi il regalo di vedere, ribadiamolo, le puntate 1 e 2. Chissà mai che non venga voglia di scoprire cosa succede dopo. Comunque, chi ha mai detto che bisogna vedere sempre tutto nel suo complesso? C’è tantissimo anche nei soli dati parziali.

The First serie tv recensione

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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