Cold War: la guerra fredda secondo Pawlikowski

Paweł Pawlikowski con il suo Cold War, si aggiudica la miglior regia a Cannes e ben 5 Oscar europei rispettivamente come miglior film, regia, montaggio, sceneggiatura e attrice. Ispirandosi alla vera storia dei suo genitori il regista narra l’amore tra il musicista Wiktor (Tomasz Kot) e Zula (Joanna Kulig) una giovane cantante dal misterioso passato. I due si conosceranno e s’innamoreranno, sullo sfondo di una Polonia comunista degli anni ’50, finiranno per incontrarsi e lasciarsi continuamente; la politica è la principale motivazione dietro cui si nasconderanno, ma le vere ragioni saranno da rintracciare piuttosto a livello interiore. Destinati a incontrarsi a distanza di anni, sempre più sofferenti dal dolore accumulato, i due vivranno una storia d’amore struggente, di quelle che possono solo distruggere.

In un formalissimo bianco e nero e in un formato in quattro terzi, il regista riprende le due caratteristiche che aveva già utilizzato nel suo film precedente Ida. Una scelta stilistica e poetica quasi “indispensabile” per il regista, che rischia però di scivolare in un puro esercizio di stile autoriale. A ogni modo da un lato il bianco e nero conferisce al tutto un senso di antico e dall’altro lato, il formato imprigiona i due protagonisti non lasciando loro via di fuga da una storia d’amore impossibile.

In Cold War, gli sguardi fra i due protagonisti paiono l’unica cosa certa che i due sono in grado di scambiarsi, infatti, quando parlano, finiscono per ferirsi reciprocamente. Il contesto storico pare indebolire e rendere insicuro il loro animo. Il film sembra chiedersi se è possibile amare in un momento storico che vede diviso il mondo in due poli opposti. In fin dei conti non è importante il momento se due vogliono “soltanto” stare insieme, anche se destinati a soffrire nella loro unione. Questa è la vera forza del film: trattare una tematica valida e universale.

Il regista salta quindi da un luogo ad un altro. Gli anni passano con semplici dissolvenze in nero che ci traghettano in ellissi senza soffermarsi a raccontare cosa ci sia nel mezzo. Del resto, come nei rapporti d’amore, la causa e l’effetto non esistono o non hanno importanza: tutto è casuale come lo stesso destino dei due amanti, tutto è predestinato come dimostra il finale del film.

Il regista opera per metafora facendo infatti della protagonista, l’incarnazione della stessa Polonia post-bellica: bella, ma unita alle sue radici e bramosa della sua memoria soprattutto quella popolare. In tutto questo gioca un ruolo chiave la musica: dalle registrazioni dei canti popolari poi rielaborati, per arrivare al jazz, passando per il rock and roll e dall’immancabile 24 mila baci (già ascoltata in Ida). La musica è il carburante che alimenta questo amore rendendo indivisibili due persone incapaci di comunicare e gioca un ruolo fondamentale nello spettatore che percepisce così i momenti di passaggio temporali e quelli geografici.

Cold War presenta, tuttavia, uno squilibrio fra la prima parte incentrata sulla ricerca etnomusicologica e la seconda descritta dall’attraversamento delle due Germanie. Da questo momento in poi l’amore fra i due protagonisti prende il sopravvento: in tal senso tutto si sposta verso una storia alla Giulietta e Romeo oltre la cortina di ferro.

Nonostante questo la conclusione del film si risolleva e rimette in discussione ogni aspetto, ogni soddisfazione personale e artistica per riassaporare la chiesetta diroccata nel fango vista a inizio film, lasciando spazio alla vista dell’orizzonte da una panchina, per poi spostare lo sguardo nuovamente: andiamo da un’altra parte, la vista è migliore da lì”. 

cold war recensione film

Alessia Ronge

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“Tu mi uccidi, tu mi fai del bene.”
- Hiroshima mon amour
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