TSFF30: Okupacia 1968, l’importante è ricordare

Peter Kerekes porta alla trentesima edizione del Trieste Film Festival un’opera composita, Okupacia 1968, realizzata da cinque film-makers provenienti da altrettanti paesi. I paesi sono quelli che cinquant’anni fa hanno invaso la Cecoslovacchia, di fatto andando contro al Patto di Varsavia. Cinque cortometraggi di circa venti minuti di durata ognuno più un epilogo.

Il tema generale, quello che lega assieme i vari lavori, è quello della necessità di commemorare l’evento storico in quanto tale, ma anche e soprattutto in quanto vissuto individualmente dai protagonisti del documentario: reduci, sopravvissuti, o in taluni casi unici individui rimasti a conservare il ricordo di qualcuno che non c’è più. A cambiare sono i toni, più leggeri e spensierati nei primi due piccoli film e poi via via sempre più cupi.

The Last Mission of General Ermakov è infatti nulla più che lo scanzonato ritrovarsi di vecchi commilitoni che decidono di tornare, ormai molto anziani, nella città che mezzo secolo prima occuparono. Tra karaoke e zucchero filato, costoro rievocano quegli avvenimenti e guardano vecchi notiziari sul laptop, camminano per le strade con la paura che qualcuno li riconosca come “nemici” e fanno a gara a chi ci mette di più a sfiancarsi nel salire le scale. Chi l’invasione l’ha subita, invece, prova a sotterrare l’arma di guerra, ma non riesce mai completamente ad appendere al chiodo la divisa. Il momento più significativo è forse quando l’allora generale russo della spedizione racconta di sé e della sua gloriosa giovinezza al nipote, in un tentativo disperato di trapiantare all’interno di un altrui testa la propria esperienza. Una preservazione impossibile.

Non dissimile da tutto ciò è anche la seconda parte, Red Rose: truppe ungheresi questa volta, ma sempre pronte a re-indossare l’uniforme e mettere il fucile sulle spalle. Leggerezza a palate pure qui, ma al bisogno di parlare di sé con qualcuno altro si sostituisce il farlo a favore di videocamera o semplicemente il rivivere certi momenti tornando a giocare a calcio, a carte, disegnano il profilo di Lenin con delle pietre bianche. Si tratta di far passare il tempo.

Diversissimo dai due precedenti e dai due successivi è I’m writing to you, my love costituito quasi interamente da filmati d’archivio come quelli dall’ottavo festival musicale di Sopot in Polonia, costretto a dover ridurre le sue proposte canore proprio a causa di quel che successe. Il più suggestivo dei corti, grazie anche al montaggio e alla colonna sonora. Un filo d’inquietudine si dipana nei vari minuti. Verso il finale, sono fuori dall’ordinario (e a stento ci si crede) le immagini di un uomo che si dà fuoco con attorno persone indifferenti, spaventate, incredule o che semplicemente provano a salvarlo. Il capitolo tedesco, quello di Voices in the Forest, prosegue sul medesimo binario di inquietudine con visite ad ex celle, passeggiate nel bosco, elmi militari sopra maschere a gas, proiezioni su tronchi degli alberi e canzoni di Cole Porter (col senno di poi, sono tanti i punti di contatto con uno dei titoli fuori concorso a questo Trieste Film Festival: Greetings From Free Forests, che è però di ambientazione slovena).

Il bulgaro Unnecessary Hero, quinto ed ultimo film, chiude il progetto Okupacia 1968 con la storia di un soldato ucciso, per alcuni è un traditore per altri è un eroe. Suo fratello, con grandi malinconia, prova a non farne dimenticare il nome facendo nuovamente creare un busto di marmo in suo onore da collocare dove quello precedente è stato rubato e il bronzo fatto sciogliere. La storia della targa, con ai due lati due differenti versioni della verità, merita da sola tutta la visione.

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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