TSFF30: L’ode slovena di Greetings From Free Forests

Tra i documentari presentati fuori concorso al trentesimo Trieste Film Festival merita una menzione speciale Greetings From Free Forests di Ian Soroka, un’ode lunga novantotto minuti sui boschi sloveni, teatro di guerre e leggende secolari.

Presentato in anteprima italiana, il film è frutto di commistioni: favole come quella delle orecchie d’asino dell’imperatore Traiano, filmati muti di minatori e turisti nelle caverne, aneddoti dei partigiani che tra la fitta vegetazione e le alture hanno resistito dal ’41 al ’45, ritrovamenti di vasellame e resti umani, cacciatori e richiami per uccelli, taglialegna e tempeste di ghiaccio, orsi non pervenuti, gomme e suole chiodate, morti sepolti -secondo l’usanza romana- ai bordi dei sentieri, speleologi scopritori di luoghi sconosciuti e muschio cresciuto su tombe.

È sull’intreccio creatosi tra le foreste meridionali della Slovenia e il secondo conflitto mondiale che il film punta di più. Spesso non si vedono neanche in faccia i superstiti, ma la loro anziana voce rotta dal tempo passato è molto più che sufficiente a descrivere tristi momenti di vita: dalla fame patita quando la guerra volgeva al termine (e le truppe non distribuivano più nulla perché avevano smontato gli accampamenti, andandosene dal territorio) fino all’angosciosa storia di una donna, tenuta sotto controllo e costretta a lavorare assieme a molte altre, ammalatasi di polmonite e lasciata guarire miracolosamente da sola, pressoché senza cure, all’interno di un mulino. Oppure la cima della montagna soprannominata “Mussolini Morto” per via della somiglianza, nei tratti cranici, con il viso del dittatore italiano.

Il documentario di Soroka poi sfocia inevitabilmente anche nel cinema, ampliando così il respiro di una narrazione già di per sé vasta e capace di attorcigliarsi su se stessa senza spaesare lo spettatore. In quelle colline, nascosto dalla vegetazione, l’interno di un labirintico bunker antiatomico è stato trasformato nel fortino della SFA (Slovene Film Archives). Qui, migliaia di pellicole provenienti da ogni parte vengono conservate preziosamente, impilate con ordine su scaffali metallici. Uno spazio che avrebbe dovuto permettere agli esseri umani di sfuggire a una prospettiva di morte diventa così l’antro delle meraviglie cinematografiche dell’intera nazione.

Lontano da occhi indiscreti, lontano da troppe manipolazioni, il cinema si fa arma di difesa nei confronti del futuro oltre che supporto su cui immagazzinare tracce della nostra presenza nel mondo. I film (plausibilmente) rimarranno, noi no. Dai cavernicoli rifugiatisi nelle grotte per cacciare o ripararsi dal freddo si è passati, oggi, al custodire a basse temperature un vasto patrimonio umano d’immagini in movimento. Tutto quello che resterà di noi, un giorno. Memoria su celluloide, impressa fino a quando non si smaterializzerà. È la lezione di Dawson City: Frozen Time, contro ogni aspettativa, ma è anche quel che sotterraneamente corre in Greetings From Free Forests.

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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