TSFF30: Putin’s Witnesses, dietro le quinte di un’ascesa

Nel Q&A dopo la proiezione di Putin’s Witnesses al trentesimo Trieste Film Festival, il regista Vitalij Manskij dice tre cose molto rilevanti su di sé e sul suo film:

  1. La libertà di potersi esprimere è importante, ma la si può perdere con semplicità se si crede ai politici populisti molto abili nell’imbrogliare. L’essere umano si lascia imbrogliare con grande facilità.
  2. Senza nasconderlo troppo, l’avvicinarsi al presidente russo è stato in virtù di una fascinazione nei suoi confronti. C’è un’attrazione innata nei confronti di chi detiene il potere.
  3. Rispetto al punto 2, occorre aggiungere un’altra considerazione: fin da subito, ad accompagnare questo desiderio di stare a stretto contatto con il leader, sono comparsi dubbi sul suo operato. Dubbi che negli anni successivi si sono trasformati in verità scomode.

Dopo l’abbandono delle scene da parte di Boris Eltsin in data 31 dicembre 1999, la Russia accoglie un nuovo capo di stato: Vladimir Putin, che ufficializza quel ruolo con l’elezione del marzo 2000. Salì al potere come un coltello rovente nel burro. Una nuova era è arrivata. Vitalij Manskij, cineasta, lavora presso la sua corte, documentando l’ascesa da dietro le quinte e raccogliendo ogni genere di testimonianza. Ai tempi, Manskij realizza un film di aperta propaganda che serve come strumento atto a rafforzare il consenso del neo-presidente, poi col tempo prende sempre più le distanze fino a riordinare le idee e il materiale dell’epoca per confezionare Putin’s Witnesses.

L’arco temporale percorso dal documentario è quello della notte di capodanno in cui Eltsin dà le dimissioni e i primi mesi da quando l’ex KGB ricopre la carica più importante della nazione. Filmini di famiglia, tra il casalingo e l’amatoriale, fanno da contraltare a riprese semiprofessionali effettuate a stretto contatto con Putin e il suo team (tra cui Medvedev).

Vediamo Putin definire “inumana crudeltà” quella di alcuni terroristi che hanno fatto saltare in aria un palazzo pieno di persone. Vediamo Putin andare a trovare la sua insegnante di quand’era ragazzino (il marito di lei gli dice che bisogna eliminare le erbacce per far crescere qualcosa di buono, il leader confida che è proprio quello che ha intenzione di fare). Vediamo Putin andare in piscina. Vediamo Putin impartire ordini a un cane disubbidiente (potente metafora sulla Russia e il suo nuovo padrone, tra l’altro inserita perfettamente nel montaggio complessivo, in chiusura, come solo i russi sanno fare). Sentiamo Putin pronunciare parole profetiche: lo scopo della sua missione sarà convincere gli elettori che gli interessi nazionali sono più importanti di quelli individuali, ma soprattutto che alla gente va fatto credere quel che si vuole. A fronte di queste parole, quando ascoltiamo Putin confessare la speranza di tornare un giorno a essere cittadino normale, viene molto difficile credergli (e la Storia lo testimonia).

L’interessante lavoro di Manskij sotto alcuni aspetti prosegue quel che André Singer e Werner Herzog hanno raccontato nel loro Meeting Gorbachev, altra esclusiva italiana passata al Trieste Film Festival. Tra un’Unione (quella Sovietica, crollata) e una Federazione (quella Russa) non c’è solo una differenza di vocaboli. Gorbachev e Putin rappresentano due modi di pensare e di operare completamente diversi, questi film ne sono una prova e la loro visione produce un quadro generale di cui si può notare una costante: la disillusione di una popolazione abituata a promesse non mantenute.

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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