The Mule – Il corriere, capolavoro targato Eastwood

L’ottuagenario Earl Stone fa ancora il cretino con donne di qualsiasi età e viene spesso scambiato per l’attore Jimmy Stewart, guida prudentemente e non ha mai preso multe, ha sempre trovato gratificazioni fuori dalla famiglia ed è un veterano della guerra in Corea, non pensa mai al passato e vuole rimediare al tempo perduto, pretende d’insegnare agli altri come vivere e ce l’ha con queste nuove generazioni sempre attaccate a Internet, ma proprio la rete gli cambierà la vita costringendolo a cessare il suo business da orticoltore. Il signor Emerocallide. Una nuova primavera lo attende e, anche se si tratta di venire impiegato dal cartello messicano, sarà una valida alternativa all’aspettare la Nera Signora con la sua falce affilata.

Si fa presto a definire The Mule – Il corriere uno dei capolavori dell’Eastwood regista di se stesso. È facile dirlo. Perché lo è. Nei lunghi percorsi in auto che il protagonista si trova a fare un po’ per necessità un po’ per non iniziare a rimanere fermo (cosa che non ha mai fatto), a un certo punto supera un cartellone che indica “Old West – Exit Now” e il senso più intimo del film si chiarifica in tutta la sua evidenza: l’epica della Frontiera non può tramontare finché ci saranno esseri umani desiderosi di spingersi in territori inesplorati, non sul piano geografico quanto più su quello interiore. Rinnovarsi vuol dire uccidere chi si è stati, lanciandosi verso un futuro ignoto nel quale si tornerà a rinascere sotto nuova forma. Dopotutto, è quel che accade anche in Space Cowboys che, balzando sul filo della morte, condivide con The Mule – Il corriere una simile natura di post-western. Gli stilemi vengono aggiornati, ma sempre quelli sono: la sfida nei confronti degli orizzonti invalicabili, la solitudine anche quando si è con altri, il sacrificio, il varcare il limite, l’adattarsi al sopraggiungere della senilità, il guardare in faccia la sorte e sorriderle.

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Alla base c’è il viaggio in un’America razzista, una nazione che identifica il nemico nei messicani, ma che pignora la terra ai bianchi figli dei coloni e li costringe ad arrangiarsi per poterla ricomprare anche a costo di ricorrere alla criminalità e infrangere la legge pur di ricomporre un equilibrio sconvolto da agenti esterni (sullo stesso tema, si ricordi anche Hell or High Water). E dall’altro lato della barricata, la polizia brutale non viene mai mostrata all’opera, ma solo evocata negli attimi di terrore vissuti da un innocente fatto accostare per un controllo. Con il peggio delle forze dell’ordine convive anche la più onesta DEA, che notte-giorno combatte il traffico della droga e le cui indagini correranno parallele alle corse di Earl Stone.

Gli USA di The Mule – Il corriere sono una patria consumata, sconfitta da politiche sbagliate, polo di commistioni culturali e di tradizioni imbarbarite, ma che ha saputo trovare grazie ai suoi abitanti delle strade alternative per sopravvivere. Clint Eastwood, sempre di più, è l’erede di un narratore come John Ford, il cui cinema è sempre stato privo di filtri e i cui personaggi mostrano incoerenze volutamente insanabili perché senza di esse sarebbero privi di spessore.

Il legame con il lascito fordiano si fa ancora più evidente a uno sguardo più attento: nell’atto di svecchiarsi, Earl Stone fa rottamare il suo vetusto pick-up (marca Ford) e ne compra uno nuovo (marca Lincoln). Inoltre, gran parte della storia si svolge in Illinois, che -come recita un’insegna sull’autostrada- è lo stato dove Abraham Lincoln, l’unanimemente riconosciuto miglior presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto, ha studiato e ha lavorato come avvocato. Come se non bastasse, l’ex moglie del protagonista e la sposa di Lincoln si chiamano entrambe Mary. Ai fan di John Ford non serve aggiungere altro. E grazie, Clint.

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Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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