Il bell’Antonio: nel nome del padre e del figlio

Io volevo solamente aspettare qualche anno ancora.

Su YouTube, di ricchezze capiente come il forziere senza fondo di una nave pirata, si può trovare una chiacchierata di circa sessanta minuti tra Sophia Loren e Marcello Mastroianni al Dick Cavett Show durante il tour promozionale americano di Una giornata particolare di Ettore Scola. È il 1977 e l’attore italiano commenta divertito l’appellativo che dopo La dolce vita gli è stato affibbiato: latin lover. Mastroianni ci scherza su perché non crede di esserlo e al pubblico statunitense seduto di fronte alla televisione dice senza farsi troppi problemi di non essere “un grande scopatore” o una “macchina per fare l’amore” (cit.), ma di “fallire” molto spesso tra le lenzuola. Imbarazzo, sorrisi, risate. Tutta la naturalezza dell’attore italiano è messa a nudo senza vergogna e la sua statura rimane intatta.

Nonostante sia casuale e indiretto, il collegamento con Il bell’Antonio è immediato. Il film di Mauro Bolognini esce nel 1960, qualche mese dopo a La dolce vita, quindi lo smantellamento della figura di un Mastroianni infallibile e affascinante amante comincia quasi contemporaneamente all’essere gettato nell’empireo delle star internazionali. Ispirato a un romanzo di Vitaliano Brancati (la cui ambientazione è però degli anni ’30) e co-sceneggiato da Pier Paolo Pasolini, Il bell’Antonio racconta di un trentenne scapolo che tentenna al prendere moglie e che infine cede a un matrimonio combinato sia per risollevare le sorti della famiglia caduta in semi-povertà sia soprattutto perché s’innamora dell’angelicata Barbara Puglisi (Claudia Cardinale). I problemi si manifestano dodici mesi dopo: l’unione non è stata consumata e la donna è ancora vergine. Colpa di Antonio, ovviamente.

Il bell'Antonio recensione film

Negli articoli sul film spesso si fa riferimento all’impotenza di Antonio, ma nel corso della narrazione si capisce che non è quello il motivo per il quale il protagonista rinuncia a un rapporto carnale con la sua sposa. Dramma umano che coinvolge l’intera comunità catanese e che rivela un mondo dove tutti conoscono letteralmente i cazzi di ognuno, la pellicola (straordinaria e attualissima) illustra tanto le dinamiche spaventose di un patriarcato che resiste ancora oggi quanto il legame malsano tra un padre e un figlio diversi e incompatibili a tal punto da non sembrar condividere neanche lo stesso sangue.

Alfio Magnano (un grande Pierre Brasseur), papà di Antonio, è l’emblema del maschio italiano cresciuto col mito del Duce, famoso più per la quantità di donne con cui è stato (il recente libro di Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo, ne parla diffusamente) che per abilità politiche. Per difendere l’onore del figlio, quello dei Magnano e innanzitutto il proprio, l’uomo si rivolge così al genitore di Barbara che vuole annullare il matrimonio: Sapete perché mi hanno fatto Federale di Catania? Perché sono stato con nove donne in una notte. Fiero che il figlio sia sempre stato un Don Giovanni e incredulo di fronte alle accuse rivolte, Alfio è forse il personaggio più interessante sotto il profilo sociale per essere così disgustoso, minchione, venale.

In pieno contrasto con le bellezze architettoniche e artistiche siciliane, lo squallore è ovunque presente in Il bell’Antonio. Tra vecchi laidi onorevoli che si accompagnano a ragazzine che scambiano per favori politici e una mentalità medievale alimentata a doti economiche, non c’è spazio per autentici sentimenti: lo spirito è inevitabilmente corrotto dagli agenti esterni. Da questo punto di vista, è da fiera del grottesco il finale del film col morto che porta il vivo e l’esultazione generale nei confronti di Antonio per essere stato in grado di mettere incinta la serva Santuzza. Strani animali gli esseri umani.

Il bell'Antonio recensione Mastroianni

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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