Lo Spietato, Santo da Buccinasco

Riccardo Scamarcio è al suo quinto ruolo da malavitoso, se si conta anche la particina da rapinatore nell’inguardabile To Rome with Love di Woody Allen. Ha detto di aver letto il copione in una notte, e di aver subito accettato la parte. Si vede che gli piace interpretare i ruoli borderline: una volta che uno recita in 3 metri sopra il cielo, l’aria da bello e dannato non te la levi di più di dosso.

L’unica virtù de Lo spietato è quella di far salire agli onori della cinematografia Buccinasco. Si apprezza la appena accennata virata realistica del film: il comune è considerato la culla della ‘ndrangheta in Lombardia. Siccome nel cinema italiano la voce fuori campo funge da connettore, temporale e causale, Scamarcio racconta la sua storia dall’inizio alla fine, cominciando con “Sarà meglio cominciare dall’inizio”… E via con la Cinquecento tirata a lucido e parcheggiata fuori dalle strisce bianche, il padre di Santo ex ‘ndranghetista che parla poco, e quando parla bestemmia, la madre remissiva e la Festa della Madonna della Consolazione, con tanto di uccisione del maiale.

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Nella festa paesana opportunamente trapiantata in Lombardia, Santo incontra la donna dei suoi sogni, prontamente messa incinta e sposata in tutta fretta: la scena del matrimonio ha un che di grottesco che fa sghignazzare, con l’irruzione nella chiesa ultramoderna della polizia e il conseguente arresto di Santo e dei vari accoliti. Dopo la galera, seguiranno diverbi coniugali in case lussuosissime con pianoforte a coda: fa da modello Casinò di Martin Scorsese, dopo vent’anni è ancora difficile affrancarsi. C’è spazio anche per un tradimento, in questo caso con un’artista francese (Marie-Ange Casta, sorella della più nota Laetitia), che sembra venire da un altro cinema. Si occupa di design, e nell’attico vista Duomo, comprato da Santo coi proventi dei rapimenti, organizza installazioni e performance. Quando Scamarcio prende a pugni un efebico sedicente artista, trovato nudo in mezzo al soggiorno, e tutti applaudono, a sorpresa il film vira sulla satira contemporanea. Subito smorzata: la francese, incazzata come una iena, gli dice: “Cosa fai, l’hai quasi ammazzato di botte”, salvo poi supplicarlo: “Sposami”.

La voce fuori campo di Scamarcio appesantisce e sottolinea ogni cosa, trattando lo spettatore come uno incapace di comprendere l’evoluzione della storia. Semplice, peraltro, giacché trattasi di evoluzione temporale. Il film è pieno zeppo di anacronismi, e di scene girate nella Milano di oggi, tirata a lucido e molto diversa dalla Milano degli anni di piombo, tema che si tocca incidentalmente e su cui invece valeva la pena insistere (c’è vita e storia dopo gli anni ‘60, anche se il cinema italiano non lo sa). Della Milano da bere tanto decantata c’è pochissima traccia.

Francesca Sordini

"Io non ho bisogno di dirlo, perché lo si nota a leghe di distanza: sono brutto timido e anacronistico. Ma a forza di non volerlo essere sono riuscito a fingere tutto il contrario."
(Gabriel García Márquez, "Memoria delle mie puttane tristi")
Francesca Sordini

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