Cannes72: Litigante, una donna sola a Bogotà

Litigante di Franco Lolli è il film che apre La Settimana della Critica di Cannes72.

Nella cornice urbana di una Bogotà che sembra racchiusa in una polaroid sbiadita degli anni ’70, il film di Franco Lolli pone al centro della camera Silvia, donna e madre single di un bambino un po’ troppo capriccioso. Molto probabilmente egli stesso soffre per la mancanza di un padre che forse non è mai esistito, frutto di una scelta ponderata, fredda e decisa di Silvia stessa.
Le giornate procedono sempre di fretta e il regista non si lascia mai scappare l’occasione di mettere al centro della scena la sua protagonista anche nei momenti meno significativi, ma cinematografici per antonomasia: una sala d’aspetto, un confronto diretto con la madre malata di cancro che improvvisamente decide di non sottoporsi più alla chemio perché vuole vivere la sua vita pienamente, finché Dio gli permetterà di farlo, quello stesso Dio che gli ha dato il tumore e che, in qualche modo, è meglio non contrastarne il volere.

In questo piccolo inferno familiare e professionale Silvia cercherà la consolazione tra le braccia, fuori e dentro il letto di un uomo. Se inizialmente l’idea di un amore potrebbe portare distrazione e gioia, come tante altre relazioni familiari e non che cerca di coltivare, anche questo troverà diversi ostacoli, non insormontabili, ma necessari per portare Silvia verso una vera e propria crisi di nervi.

litigante recensione

Crisi che non avverrà mai, ed è in parte questa la missione della pellicola, osservare e scrutare nella vita di una donna sempre di fretta, impossibilitata nel capire e adempiere alle strambe richieste della madre morente.
In tutto questo però non c’è mai la morbosità di trovare gesti o significati attorno determinate azioni degli attori su schermo. La semplicità di narrare attraverso gli occhi e il corpo di una donna è proprio nel riuscire a percepire in uno sguardo fugace, uno stato d’animo, una richiesta di supporto o la necessità di chiudere questo rubinetto di emozioni per ogni situazione a cui andrà incontro.

C’è quel tocco fastidiosamente riconosciuto solo nel cinema francese, quello di narrare in spazi chiusi, lasciare agli attori la libertà di improvvisare e lasciarsi andare agli eventi, seguendo una linea comune narrativa generale atta ad arrivare senza problemi allo snodo finale – in più di un momento la mente è volata dalle parti di Dopo l’amore di Joachim Lafosse, proprio nel mettere in scena determinati incontri e relazioni familiari con una semplicità narrativa fatta di gesti, sguardi e corpi che si allontanano e avvicinano tra loro.

L’apertura della Settimana della Critica dunque si avvale di un film assolutamente affascinante nel proporre gli eventi come nella gestione del ritmo, che trasforma il classico standard di 90 minuti in una vera crociera di emozioni.

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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