Rocketman, un fenomeno chiamato Elton John

La parentesi Bohemian Rhapsody ha mostrato il meglio e il peggio della grande macchina cinema tra registi allontanati, tagli in fase di montaggio, Oscar fin troppi discussi e relativi pentimenti del montatore sul suo lavoro svolto.
Insomma, togliendo questa carrellata di notizie dal click facile, c’era una tacita realtà nell’aria, ovvero la possibile scoperta di un nuovo sottogenere cinematografico, quello dei film-concerto dove ad accompagnare storie inedite (A Star is Born) o biopic (questo o il già citato Bohemian Rhapsody, si inserisce prepotentemente la musica, utile a scandire tutti i diversi atti del film, specchio di uno stato emotivo del protagonista.

Su queste basi si muove perfettamente Rocketman, anzi, nettamente più consapevole dei suoi mezzi e della sua esperienza – il regista Dexter Fletcher è lo stesso che è stato chiamato a sostituire Singer alla regia di Bohemian Rhapsody – il film, supervisionato e accettato dallo stesso Elton John, non si concentra tanto sulla carriera del cantante inglese, bensì raccontarne i classici tre atti (ascesa, caduta, risalita) con focus sul suo periodo peggiore, quello fatto di eterni problemi e conflitti.
In ordine sparso: sesso, droga, alcol, soldi, famiglia, tutto crolla attorno a Elton John che mentre continua a cavalcare con grinta i palchi di tutto il mondo con abiti sgargianti e brillanti, dietro le quinte è sempre più un uomo solo e triste.

Taron Egerton si muove, balla e canta, reinterpreta e rende il suo Elton John così diverso dalla realtà, ma cinematograficamente perfetto.
Il contorno è tutta farina del sacco della sceneggiatura e della regia che si concentra con sapienza chirurgica nei momenti di forte creatività. La magia avviene sul palco e sul set, il grande cinema che riesce a sospendere letteralmente il film in momenti chiave per capire il passato e la psiche del cantante, mentre compone Your Song o rispecchia Goodbye Yellow Brick Road su un delicato momento della sua vita, dove tutto è in bilico e lui sprofonda sempre più. Momento palesemente romanzati e che non corrispondo al vero – forse – ma gestiti con la più grande consapevolezza possibile, ovvero quello dello spettacolo, dell’ammaliarsi lo spettatore e portarlo all’emozione.

Toccato il fondo è facile risalire – perfetto l’accostamento di questo momento con Rocketman – e omettendo tanti altri fatti in particolare, il film porta a casa un grande spettacolo sempre più consapevole della sua finalità: la canzone e la musica come luogo immaginifico dove poter esprimere se stesso e magari cominciare ad amarsi un po’ di più.
Non un prodotto perfettamente in linea con le aspettative a tutto tondo di fan del cantante o speranzosi dalle alte aspettative, ma dove il film mostra il fianco, c’è un ottimo uso del corpo dell’attore, del trucco e della musica che riescono a far emergere tutto il racconto ed è davvero impossibili non voler bene a questo Rocketman.

rocketman recensione

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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