Domino: De Palma secondo De Palma

Intorno al 2014 (stando alle interviste da lui rilasciate), Brian De Palma si diceva già entrato in uno stato di pre-pensionamento e dopo l’esperienza di Passion non aveva molta intenzione di tornare dietro la macchina da presa. Coi settant’anni superati da un pezzo e la convinzione che per fare cinema ci voglia l’energia che solo un giovane può avere, il regista ha cambiato idea grazie al successo riscosso sul piano internazionale (ben più dei suoi ultimi film!) dal documentario su di lui diretto da Noah Baumbach e Jake Paltrow.

Uno dei più influenti cineasti della storia non poteva finire i suoi giorni in ciabatte, seduto sul divano a guardare gli highlights delle partite di baseball in tv. La decisione di girare Domino nasce da qui: dal bisogno di tornare su un set a fare quello per cui si è nati e che si è fatto ad alti livelli per tutta la vita. Nonostante De Palma si sia dichiarato abbastanza soddisfatto dal risultato finale raggiunto, l’esperienza non si è rivelata tra le più felici della sua carriera dopo che i produttori danesi (l’ambientazione principale è quella di Copenaghen, anno 2020) hanno diminuito il budget rispetto a quello pattuito, comportando così ritardi nelle riprese e un serpeggiante cattivo umore tra tutto il cast tecnico.

A fronte di ciò, com’è uscito fuori Domino? Ammaccato, come la frutta e la verdura su cui cade malamente (senza però riportare graffi) l’attore Nikolaj Coster-Waldau in quello che è uno dei momenti più depalmiani del film, un tutto sommato fiacco crime-thriller liquidato da buona parte della stampa alla stregua del pilot di qualche poliziesca serie tv (roba di seconda categoria). E in parte, è proprio così. La vicenda principale, una storia di vendetta che scorre tra i poli opposti dell’Isis e della CIA, non convince per svariati motivi: non c’è spazio per approfondimenti e non c’è tempo da perdere in arzigogolati plot twist (il film si conclude in soli ottanta minuti, sicuramente pochi per sviluppare una narrazione che vorrebbe essere più complessa di quella che è, ma nonostante la breve durata in certi momenti si nota una pesantezza di fondo data dal procedere per inerzia senza sapere che pesci pigliare, riassumibile in due parole: sceneggiatura scadente).

Una considerazione finale è però necessaria. Domino infatti va considerato unicamente per la sua regia e per essere un film di Brian de Palma. Tutto il resto (il cast, tra cui si fa notare almeno Guy Pearce, la trama) è superfluo. Il cineasta sembra quasi girare unicamente per se stesso ed è un bene. Vale la pena di vedere Domino per tre sole scene: l’inseguimento sui tetti nella prima parte, la strage sul red carpet verso metà, l’attentato terroristico nel finale. Un autore come De Palma, che non ha semplicemente mai dimenticato la lezione hitchcockiana, ma non si è neanche mai fatto problemi ad ammettere pubblicamente di saccheggiare ancora dall’opera del maestro inglese, recupera e rielabora tutto. È così che un uomo intento a inseguirne un altro su un tetto rimanda inevitabilmente all’incipit di La donna che visse due volte o anche Caccia al ladro, oppure una successione d’inquadrature su delle dita mozzate, mostrate sempre più da vicino, è sul piano tecnico un suggestivo copia-incolla da Gli uccelli (le orbite senza occhi mangiati dai volatili), oppure ancora una colonna sonora pomposissima riporta alla mente lo stile di Bernard Herrmann.

De Palma non smette di omaggiare Hitchcock e continua anche ad affrontare tematiche o indagare suggestioni che ha a cuore. Tra le ultime produzioni, Domino trova alcuni punti di contatto con Redacted nel rievocare i conflitti dell’Occidente con il Medio Oriente, ma soprattutto nel denunciare le torture che vengono perpetrate da ambo le parti. Torture che si biforcano e consistono sia nell’essere costretti a guardare immagini che procurano sofferenza, ansia, agitazione (il mondo dei social non opera allo stesso modo, ma a-violentemente?), sia nell’infliggere un dolore fisico a qualcuno per estorcergli delle informazioni (la scena dell’acqua bollente). Il fantasma di Redacted, che è pure il fantasma di un’America che pretende di controllare il mondo senza guardare in faccia nessuno, torna con le sembianze di filmati a circuito chiuso e video amatoriali di decapitazioni e massacri in diretta streaming (geniale il camuffato uso dello split screen durante la video-chiamata al festival di cinema dove una donna indottrinata dallo stato islamico uccide un élite di bianchi prima di farsi saltare in aria). I cultori di De Palma godranno anche coi pov di binocoli, droni aerei e voyeurismo in camere di letto. Domino è semplicemente un film che va contestualizzato all’interno di una carriera cinquantennale perché, se preso singolarmente, potrebbe risultare deludente.

Domino De Palma recensione film

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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