Il tramonto esistenziale in Burning di Lee Chang-dong

Quel che colpisce maggiormente di un film incensato come Burning (il Dogman sudcoreano agli Oscar, anche se nessuno dei due titoli ha purtroppo raggiunto la fase finale della selezione), è il suo procedere instancabile lungo due ore e mezza di durata, lentamente, accumulando elementi come ogni grande storia dovrebbe fare, fornendo risposte un tanto alla volta e senza didascalismi, finendo col presentare una vicenda che ha almeno due chiavi di lettura nella misura esatta in cui tutta la narrazione si fonda sul doppio (tema per eccellenza nel Cinema, vale la pena di citare -per rimanere in Corea- Nothing or Everything della esordiente cineasta Gyeol Kim).

In Burning, un giovane aspirante scrittore incontra una sua vecchia conoscenza femminile, senza riconoscerla subito. I due ben presto iniziano a trascorrere del tempo insieme, mangiano, scherzano, vanno a letto e lui si ritrova a dover badare alla gatta di questa ragazza mentre è via in Africa. Gatta invisibile perché mai, se non verso la fine e in un altro contesto, lo spettatore ha modo di scoprirne l’aspetto. L’arrivo di un terzo personaggio, un misterioso contendente pieno di soldi e ricco di tutto ciò che all’altro manca (coraggio, carisma, …), darà inizio a un’informe liaison tra di loro. L’apparente story-line è questa.

C’è di più ed è quel che rende Burning uno dei titoli giustamente più chiacchierati degli ultimi mesi (da noi è stato proiettato al toscano Florence Korea Film Fest, ma verrà mai distribuito nelle sale italiane?). Il lungometraggio è talmente incentrato sul suo personaggio principale da mettere in secondo piano gli altri due, che potrebbero essere una creazione mentale, un’allucinazione, un ricordo, un suo sdoppiamento dai caratteri opposti. Burning altro non è che il racconto di una trasformazione interiore, dell’abbandonare le proprie abitudini, del dimenticarsi chi si è, del bruciare il proprio passato e renderlo cenere. Per andare avanti. Un passaggio obbligato nel ciclo vitale: l’età adulta, la maturazione.

Burning recensione film lee chang-dong

Da notare come Lee Chang-dong descriva quello che è, in fin dei conti, un argomento universalmente noto e trattato da una moltitudine infinita di autori: ricorrendo alla lotta del suo protagonista con se stesso e con una proiezione di sé che invece nella vita ha avuto successo, con la sua famiglia (abbandonato dalla madre, padre in carcere), con i traguardi che vuole raggiungere e non sa come fare. Tutto già detto, ma non nelle stesse modalità di cui si fa forza Burning. Si ricordi un’immagine su tutte: il bovino nel recinto come metafora dell’essere ingabbiati, ma in qualche modo protetti dagli agenti esterni, a cui fa poi seguito lo sguardo impaurito e disperato quando viene portato al macello (una distruzione di chi si è, ancora).

Radicato profondamente nella tradizione e nella terra coreana, scissa letteralmente in due come l’identità del suo popolo, Burning si apre anche alla cultura occidentale sostanzialmente con la musica, la letteratura, la politica. Parlare oggi di Occidente, almeno per quanto concerne gli ultimi cento anni, significa riferirsi alla nazione che egemonicamente ha segnato lo scorso secolo, cioè gli Stati Uniti. Il regista Lee Chang-dong riduce tutta la sua attenzione all’influenza estera a tre soli elementi: il trombettista jazz Miles Davis (è o non è una delle scene più belle del 2018 quella in cui Jong-seo Jun balla mezza nuda e da sola, accompagnata dallo sventolare della bandiera in giardino mentre il giorno finisce e si sente suonare Générique dalla colonna sonora di Ascensore per il patibolo?), il romanziere William Faulkner (omaggiato con un suo libro in bella mostra verso l’ultima parte del film, che pare proprio ispirarsi -seppur con anche una buona dose di Murakami Haruki- a una novella dai lui scritta), il businessman Donald Trump, incredibilmente diventato Presidente degli USA, il cui volto paonazzo e deformato viene trasmesso sul televisore mentre di spalle il protagonista urina appena sveglio. Insomma, il meglio e il peggio che l’America ha partorito nel Novecento.

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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