Da Moneyball a Steve Jobs, la macchina Aaron Sorkin

Questo rientra in quel macabro gioco, in alcuni casi prettamente cinefilo esibizionista, di trovare collegamenti, parallelismi o autocitazioni in più opere, che vengono tenute in piedi da un unico filo conduttore, in questo caso un regista, un attore o meglio, uno sceneggiatore.
Qui è il caso di Aaron Sorkin, forse una delle più grandi penne viventi del circuito hollywoodiano, capace non solo di raccontare storie, vere o romanzate, ma di narrarle grazie ai forti idealismi dei suoi personaggi, di quelle storie fatte di sordi colpi su un muro o una scrivania che raccontano tutto. O magari nulla, eppure l’idea dietro quel gesto è così funzionale e ricca che quasi è impossibile non lasciarsi coccolare da tutto ciò.

Potremmo partire, in questo caso, proprio da Moneyball – L’arte di Vincere.
Se qualcuno possa anche lontanamente credere che questo film parli di vittoria, si sbaglia di grosso.
Silenzio


“Questo è il suono della sconfitta”


Il pathos drammaturgico è da sfondo ad una storia di sport, di uomini e tecnologia. Tre film e tre linee narrative che si incrociano in un unico punto, una fobia personale dello sceneggiatore che qui invece si plasma attorno i suoi protagonisti. Che poi tutto questo avvenga in tre linee narrative tratte da altrettante storie vere è tutto fuorché casuale. Sorkin ha la forte necessità di narrare quasi inconsapevolmente di un proprio disagio e degli uomini che hanno reso questo disagio reale, quasi inconsapevolmente.

moneyball-2

Prendiamo Billy Beane (interpretato da Brad Pitt in Moneyball – L’arte di Vincere); da giovane indicato dagli osservatori come possibile talento della Major League di Baseball e trovarsi dopo una dozzina di anni a cambiare squadra continuamente, a non vedere concretizzato quel talento che un uomo aveva pronosticato in lui per poi ritirarsi prima dalle scene per fare il General Manager, approdare negli Oakland Athletics e cercare di restare a galla con una squadra da metà classifica, arrivare anche nelle fasi finali del campionato, ma la realtà gli si para sempre in faccia con violenza quando mette a confronto il suo libro paga con quello delle altre squadre.

C’è un divario netto. C’è un divario enorme. C’è un divario dettato dai numeri, e se questi non fossero tali? Se si potesse in qualche modo aggirare questo sistema con una visione alternativa della realtà, prendere un punto fermo per poi costruirci attorno qualcosa di rivoluzionario?
Il “perdente” Billy Beane ci riesce, “Google boy” (Jonah Hill) scrive il programma e invece di guardare i giocatori, guardano i loro numeri.
La digitalizzazione del mondo come buco della serratura per spiare qualcosa ancora chiuso e nascosto ai più e proprio il loro affacciarsi in questo mondo sarà la chiave del successo per gli altri. I Red Sox usano la stessa tecnica di Billy Beane, una filosofia di gioco che basta rubare e plasmare, anche senza il suo inventore e mentre i Red Sox vincono il campionato, Billy e Peter sono ancora lì, ad aspettare di vincere il loro primo trofeo.

the social network

Di soldi parliamo e di team. Se il duo Billy Beane – Peter Brand sono riusciti a mettere in atto un programma facilmente replicabile ovunque, la vittoria di Facebook si è costruita su un team ben preciso di pedine ed elementi inseriti al posto giusto.
Cosa dice Mark Zuckerberg in un momento di piena arroganza durante il processo con di gemelli Winklevoss?

“Io e i miei colleghi a Facebook facciamo cose che nessuno in questa stanza è intellettualmente e creativamente capace di fare”.


Che il quadro dipinto da Sorkin non rispecchi totalmente la realtà del vero Zuckerberg, poco importa, anzi, forse neanche è quella la sua consapevole intenzione finale, bensì costruire il classico costrutto nerd: “la cosa bella del college è che puoi scopare”.
Ironico dunque che tutto questo sembra nascere per amore di una ragazza, anzi, come mezzo per dimostrare alla ragazza che ci ha appena lasciato, che siamo delle persone in carne ed ossa dietro il computer e possiamo dimostrarlo.
Premiato con un Oscar alla sceneggiatura, The Social Network è un film che fa dell’elemento drammaturgico il suo grande cavallo di battaglia. Lo Zuckerberg di Sorkin è un nerd sfigato, geniale e con la tacita missione di spiegarne le motivazioni di questo genio, perché Facebook è la diretta estensione di un disagio sociale che vive quotidianamente il suo creatore e quel finale così agrodolce e semplicistico ne è la prova: una storia involontaria, una carrellata di successi e insuccessi, di miliardi che entrano e di amici a cui tagliare la testa, tutto questo per creare una vita digitale e provare a richiedere l’amicizia alla nostra ex ragazza e aspettare che lei accetti, mentre tutto il mondo fuori dalla finestra continua a correre vorticosamente verso il caos della quotidianità, motivo per cui questo piccolo momento di tenerezza, di amore dai, riesce a travalicare tutto e mostrare anche un piccolo fianco del film. Piccolissimo però.

steve jobs

Proprio da questo momento di tenerezza si basa tutta la figura dello Steve Jobs sorkiniano: se Moneyball e The Social Network avevano una conclusione velata, mai davvero buona e con un pizzico di rimorso tra i denti, l’amore che veniva così tanto tirato fuori forzatamente nelle ultime battute del film (Billy Beane piange ascoltando la canzone che gli dedica la figlia e Zuckerberg attende speranzoso che la sua ex gli possa accettare l’amicizia) in Steve Jobs esplode senza filtri. Senza escludere i diversi malumori.

Non candendo nella classica trappola del biopic standard, Sorkin divide la sua visione di Steve Jobs in tre macro momenti della sua vita, tutti che avvengono una manciata di minuti prima di una grande presentazione al pubblico. La macchina costruita questa volta è maligna quanto l’uomo, ancor di più quando costruita con gli stessi difetti caratteriali del suo creatore.
Jobs è un uomo che è stato abbandonato e nella sua vita da folle e affamato genio, pochi hanno il piacere di essere i benvenuti. I computer Apple dunque? Tutti sistemi chiusi.
“Per aprire un Mac servono strumenti speciali, che io non ho”

Ancor più di The Social Network, la parabola di Jobs da uomo a mito sottoscrive la capacità tecnologica per plasmare non solo la realtà che abbiamo attorno, ma anche quella che è la nostra persona all’interno di questa realtà. Dopo i fallimenti, il momento zen, aperto, riflessivo di Jobs, riesce a far ordine nella sua vita, creare prodotti cromaticamente ed ergonomicamente affascinanti e il riavvicinarsi alla figlia è il riappropriarsi di una paternità rubata da giovane e che ha evaso nel momento della nascita di Lisa, concretizzata perfettamente come macchina, meno come persona e quando arriva questo passaggio, il punto di relazione è dei più romantici:
“Perché hai detto che non eri mio padre?” – “Perché sono fatto male” e poi l’idea per l’iPod “Ti metterò migliaia di canzoni lì dentro”.

Tre fasi ben specifiche e tre film che racchiudono la grande penna di Sorkin (l’ultimo Molly’s Game consapevolmente tenuto fuori), opere sicuramente più ricche di quanto racchiuso in queste parole, che valgono la pena di essere approfondite ulteriormente, dato che qui abbiamo appena scalfito la superficie.

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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