Il racconto epistolare di La mia vita con John F. Donovan

Xavier Dolan non ha inventato niente. Né le storie sulle luci (poche) e le ombre (molte) del mondo dello spettacolo. Né gli artisti che muoiono giovani, non è chiaro se suicidi o vittime di un incidente. Né il gossip che rovina una reputazione, specie se si è omosessuali e si frequentano i colleghi sbagliati. Quando in La mia vita con John F. Donovan manca qualcosa, ecco il tocco di autobiografia: il ragazzino ossessionato che manda lettere al proprio attore preferito è lo stesso Dolan, che a otto anni scrisse una lettera a Leonardo DiCaprio. Come sottotesto, i temi cari al regista canadese: l’omosessualità, il rapporto morboso e conflittuale con la figura materna, le famiglie disastrate che annegano in una palude di non detti, le canzoni anni ’90, da ascoltare rigorosamente dalla prima all’ultima nota (è uno dei pochi che possa permetterselo, e quando entra finalmente in scena Kit Harington, alternato alle panoramiche di New York, col sottofondo di Rolling in the Deep di Adèle, siamo di fronte a uno dei momenti più potenti del film).

In una struttura narrativa che si muove su due assi distinti, La mia vita con John F. Donovan racconta il rapporto epistolare tra un bambino e una star della tv. Il primo, come tutto i bambini brillanti, costantemente bullizzato a scuola (Jacob Tremblay, a sua volta bambino prodigio dopo Room e Wonder). Il secondo (Kit Harington, appunto) con seri problemi nella vita privata, a fronte di una vita pubblica scintillante e invidiabile. A raccontare la storia, lo stesso ragazzino ormai diventato adulto e a sua volta attore, intervistato dalla giornalista più snob che si ricordi (Thandie Newton in modalità “Io racconto la guerra e la fame in Africa, i tormenti interiori degli attori patinati mi sembrano fuori dal mondo”). Il ragazzo (Ben Schnetzer) ha pubblicato parte della corrispondenza in un libro diventato best-seller. La star, nel frattempo, era morta prematuramente anni prima (suicidio o incidente, chissà).

la mia vita con john f. donovan

Più classico nella regia di altri film dolaniani come Mommy, La mia vita con John F. Donovan offre primi piani in abbondanza e un pretesto narrativo, appunto quello della giornalista riottosa, lontano dai soliti toni di Dolan, abituato a trame e intrecci di ben altro tipo. Per il suo primo film con attori non francesi, Dolan sceglie dunque una storia molto classica, forse fin troppo: in mano a un regista meno sapiente, il risultato sarebbe stato la fiera delle banalità. La mano dell’enfant prodige la si coglie in alcune scelte di regia, e nella scena finale del bagno nella vasca di casa, dolaniana fino al midollo, con Kit Harington adulto a mollo nella schiuma e mamma Susan Sarandon che lo interroga sullo spelling delle parole difficili. Harington ha la faccia giusta per interpretare il divo suo malgrado, incapace di gestire la propria vita privata, con quell’aria da “non ho idea di come sia finito qui”. Le più brave del film, per una questione di naturalezza e presenza filmica, sono Susan Sarandon e Kathy Bates, in due ruoli eccezionali che confermano ancora – come se ce ne fosse bisogno – la versatilità delle due attrici. Il bambino petulante e saccente, che usa parole come “computer grafica” e parla come un adulto a mamma Natalie Portman, disorientata e in preda ai sensi di colpa, è insopportabile. Ci sono degli stilemi che tendono a esaurirsi, e Xavier Dolan ha solo trent’anni: servirebbe una virata verso qualcos’altro, oltre all’omosessualità e ai problemi famigliari. La sola tecnica, seppur magistrale, potrebbe non bastare.

Francesca Sordini

"Io non ho bisogno di dirlo, perché lo si nota a leghe di distanza: sono brutto timido e anacronistico. Ma a forza di non volerlo essere sono riuscito a fingere tutto il contrario."
(Gabriel García Márquez, "Memoria delle mie puttane tristi")
Francesca Sordini

You may also like...

Condivisioni