Il Cinema Ritrovato 2019: Journey Into Light, rinunciare a Dio

Journey Into Light (1951) di Stuart Heisler è una delle piccole sorprese della 33ma edizione del Cinema Ritrovato. Non un titolo scomparso dalla circolazione, ma scarsamente ricordato e, ai tempi, mai distribuito in Italia. Film statunitense sull’importanza della Fede, sull’allontanamento da essa e sulla sua lenta, tormentata e non certa riconquista. La vicenda vede il reverendo John Burrows allontanarsi dalla Chiesa e dalla sua comunità di fedeli dopo che sua moglie, donna d’insanabile fragilità e senza le forze necessarie per resistere alle avversità della vita, decide di suicidarsi.

Sopravvivere al lutto è per il protagonista un’esperienza ardua: lancia via il collarino, si sbarazza dell’abito talare, lascia la propria città (There’s nothing that keeps me here, dice chiaramente), vagabonda da un luogo all’altro dell’America viaggiando di nascosto sui treni come un barbone, trova lavori umili e per i quali non è preparato, finisce in manette, ma soprattutto arriva a definire le preghiere solo un ammasso di parole vuote, esattamente come quelle pronunciate dagli ipocriti che provarono a confortarlo dopo essere diventato vedovo. Da quella spirale distruttiva, Burrows viene tirato fuori da un uomo con qualche anno in più di lui (Glady, interpretato dal grande Thomas Mitchell), un personaggio un po’ angelo custode e un po’ figura paterna capace di dare un aiuto concreto.

Quella di Journey Into Light è una parabola classica di smarrimento e redenzione, come da prassi nel cinema hollywoodiano, ma con un elemento che, se non propriamente innovativo, è comunque insolito: Burrows prende coscienza di un mondo che è tutto tranne che idilliaco solo quando egli cade vittima della sua disperazione e vede finalmente la realtà per quella che è ed è sempre stata: fasulla. Perché Dio punisce chi si comporta bene e permette di prosperare a individui spregevoli, i quali fondano la propria ricchezza sullo sfruttamento degli umili? Perché la giustizia divina opera indiscriminatamente tra peccatori e autentici credenti? Questi sono alcuni degli interrogativi portati avanti da Journey Into Light, ma sono interrogativi che l’essere umano si pone da millenni a questa parte e a cui mai potrà dare una risposta.

Lontano anni luce dall’austero Toller di First Reformed o dall’irremovibile Rodrigues in Silence, Burrows tocca il fondo e si rende conto di poter fare anche a meno di Dio. Andrebbe tutto bene, con una visione atea dell’esistenza, ma si tratta pur sempre di una pellicola americana degli anni ’50, perciò: il protagonista abbraccerà ancora una volta la religione cristiana dopo essersi innamorato di una donna cieca che gli insegna ad apprezzare la vita di nuovo. Ed ecco che il ritorno alla normalità diventa una scelta obbligata.

Particolare, rispetto ai suoi standard da cinema noir o western, il ruolo di Sterling Hayden, attore che viene omaggiato a Bologna anche con la proiezione di La città è spenta (Crime Wave, 1953) di André De Toth, un film che Stanley Kubrick deve avere avuto bene in mente quando ha realizzato il suo Rapina a mano armata (The Killing, 1956).

Journey into Light recensione film

Sterling Hayden e Thomas Mitchell in “Journey Into Light”

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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