Kill Bill: oltre la citazione, verso un cinema salvifico

Scritto e diretto da Quentin Tarantino Kill Bill: Volume 1 esce nel 2003, a distanza di un anno uscirà KIll Bill: Volume 2.

Kill Bill è da considerarsi un’opera trionfo ed espressione della potenza narrativa. Desta subito interesse per l’architettura del testo e dell’innegabile quantità e ricchezza dei materiali insiti. La pellicola è quella che segna una cesura ancora più netta tra ammiratori e detrattori di Tarantino. Se i primi ne hanno individuato l’opus magnum impegnato in una costruzione di una vera Babele cinefila ergendosi a vero monumento del cinema postmoderno, per i secondi si è rivelata piuttosto come l’ennesima e definitiva prova dell’impossibilità di maturazione cinematografica di Tarantino.

Innanzitutto va ricordato che abbiamo a che fare con due testi distinti. Le due pellicole che compongono l’opera completa possiedono infatti, identità autonome anche sul piano distributivo, ma unite certamente da vincoli narrativi e ipertestuali; il film cerca di esibire unitarietà: la lunga vendetta di Beatrix Kiddo (Black Mamba) ai danni di Bill. Il racconto è inoltre diviso in dieci capitoli, cinque per ciascuno dei Volumi che lo compongono. Tantissimi anche i rimandi fra un episodio e l’altro grazie ai numerosi flashback, flashforward, le interpellazioni alla memoria dello spettatore e le anticipazioni. Stando alle dichiarazioni del regista e della Miramax, il motivo per il quale l’opera non uscì in un’unica soluzione è imputabile alla sua lunghezza.

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Tempi e Narrazioni in Kill Bill

La struttura del film è tutt’altro che semplice in quanto i dieci capitoli, non sono presentati in ordine cronologico, ma il regista tramite delle guide allo spettatore, facilita l’orientarsi nella selva temporale della pellicola. Grazie a dei semplici procedimenti rimette, per così dire, sulla retta via il pubblico. In primis la “lista della morte” che la protagonista porta con sé. Il tutto risulta alquanto ironico, anche perché è legittimo pensare come Black Mamba non dimenticherebbe mai il dover uccidere cinque persone verso le quali sta attuando una vendetta; il taccuino pertanto, è una ridondanza cronologica per rafforzare le certezze temporali delle spettatore. Ogni capitolo è descritto da una voce fuori campo e molti personaggi durante il corso del film, sono presentati con sequenze introduttive; presenta anche una struttura precisa e schematica che fa capo a un breve incipit, a quattro sezioni e ad un capitolo finale molto lungo.

Dietro questa apparente organicità strutturale di ciascun capitolo, numerosi esempi e cambi cronologici all’interno, ne determinano la varietà e la differenza – si prenda come esempio, il Capitolo X incentrato sul lungo confronto fra Beatrix, Bill e la figlia B.B. nel quale si lascia molto spazio al flashback di Beatrix che racconta la scoperta della gravidanza – il film presenta numerosi casi del genere dimostrando pertanto, come Tarantino sia stato in grado di sbrigliarsi dalle logiche meccaniche narrative, direzionandosi piuttosto verso una variante temporale estremamente complessa e dinamica. Quel che ne risulta è una estrema consapevolezza poetica e un’ambizione evidente verso l’opera stessa. Così facendo Tarantino fa convergere due tendenze: quella postmoderna, che pretende il gioco temporale per poi rinchiuderlo nei suoi stessi rapporti di causa ed effetto e quella moderna, dove il caso ha il sopravvento rispetto allo stesso controllo narrativo.

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Kill Bill fra epicità e ironia: l’importanza del genere

Nella pellicola convivono più anime. Da un lato abbiamo quella più realista vista in Pulp Fiction (1994) con i suoi infiniti dialoghi e dall’altro, la componente più eroica che dà forza a gran parte del film grazie al personaggio protagonista. Uma Thurman riveste un ruolo multiplo e con più alias in quanto il vero nome è celato durante tutto il primo Volume da un beep che cita, in modo parodico, le convenzioni televisive. La protagonista, fino a quel momento, è definita tramite alter ego che ne determinano l’identità.

Kill Bill è quindi un racconto di vendetta femminile e forse uno dei maggiori omaggi del cinema contemporaneo, all’epica femminile. Del resto non è nuova la figura di donna combattente, così come la mescolanza di tutti gli elementi avventurosi occidentali. Il regista non fa nulla per nasconderli ed esplicita in maniera chiara, questa costellazione di evidenti rifermenti cinefili. L’ossessione che Tarantino dimostra per la fisicità dell’esperienza filmica è qui ancor più confermata, dimostrandosi come uno dei cantori dei cinema che fu, dominato dall’elemento passato. Kill Bill crea quindi una vera immersione spazio-temporale nel cinema stesso. Quello che si crea è un tempo inverso nel quale lunghe e vuote coreografie dei combattimenti, trasformano la narrazione nel nulla, in cui la dissolvenza di senso e di verosimiglianza vengono meno.

Kill Bill ha due facce e come i supereroi dei fumetti, due appartenenze: una eroica e l’altra, come lo stesso Bill ricorda, piatta e quotidiana. Esempio chiaro di questa tendenza è la prima sequenza di Kill Bill Vol. 2 dove si percepisce un raffreddamento rispetto all’andamento sanguinoso del volume precedente; qui invece i veri protagonisti sono i dialoghi dove tutto è dominato dal bianco e nero, isolando la sequenza dal contesto furioso e sanguinario della strage vista nel primo volume.

Tarantino avvia quindi quella volontà di recupero del cinema artigianale, la dimensione della pelle e del gusto per l’originale, del tangibile e dell’analogico. Kill Bill pertanto, non punta a costruire un nuovo genere composto a sua volta da tanti altri che siano essi noir, western o kung fu in una mera fusione postmoderna. Vi è piuttosto la volontà di reclamare un cinema privo del digitale, ripartendo dai generi e pescando dalla stessa epicità soggiacente a essi. Quello che interessa a Tarantino non è fare un’immagine del cinema in senso postmoderno e quindi verso quella che è la sua compresenza ludica fra stili e forme di ogni genere, ma piuttosto riprendere l’immagine cinematografica nel suo statuto di immagine nella quale vi è tutta la sua attualità, modernità e potere.

Quello che vediamo in Kill Bill ha carattere universale che parte dal tema della revenge, ma richiama a se tutta l’universalità e i grandi miti. Il regista crede fermamente nella forza archetipica del genere, ma non si ferma alla pura citazione, ma ne individua la validità fornendone credibilità tramite quegli stessi generi ormai completamente svuotati dalla mentalità del contemporaneo; quelli citati, o se si vuole saccheggiati, sono innumerevoli (dal western, al noir, all’anime al revenge movie passando per il wu xia pian, ecc.), ma lo scopo di questi è di farne dei topoi che non restano ai margini della narrazione, ma piuttosto sono enfatizzati e ricollocati in nuovi contesi di riferimento.

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La poetica di Quentin Tarantino

Giungiamo quindi a quelli che sono i veri intenti del regista che non procede per accumulo, ma tramite un sistema gerarchico ben preciso. Prescindendo dalla citazione che è espediente palese nel cinema di Tarantino, quello che è veramente interessante notare è la sua ferma consapevolezza che sia esistito un periodo del cinema popolare e di generi forti, in grado di superare la codifica imposta dal cinema classico non ancora però estirpato dal contemporaneo nel quale tutto si somiglia.

Questo atteggiamento crea da un lato, la logica infantile dei fan interessati più all’uso fagocitato dei generi e del puro citazionismo e, dall’altro lato, coloro che non comprendono questo suo atteggiamento poetico. Solo quei generi che lui “cita” sono, per lui, seme vitale e con una potenza quasi salvifica per il cinema stesso, in grado di avere quell’energia necessaria per ricostruire un cinema potente.

Kill Bill gioca un ruolo fondamentale in cui tutto è collegato verso una dimensione quasi ossessiva. Se prendiamo la pellicola nel suo insieme, quello che ne deriva è un sensazione al limite della follia perché il modo in cui il regista recupera è con una convinzione e furia mai viste. Così facendo crea un atto di fede nel quale l’atto del passato è imitativo, ma anche emulativo: Il Cinema per Tarantino è davvero “tutto”.

È da tenere comunque presente come un’opera come quella di Kill Bill crei, necessariamente, una generificazione ovvero un tipo di sapere intorno al film stesso che vive autonomamente. Tarantino quindi crea la caccia alla citazione, perché la sua stessa poetica si alimenta di questo elemento, ma la pratica citazionistica pretende concretezza e precisione: la tuta gialla e nera di Black Mamba è la stessa di Bruce Lee nel suo film postumo divenendo certo citazione, ma leggendaria. Allo stesso modo la vita di O-Ren poteva “imitare” stilemi dell’anime, invece la sequenza è effettivamente un anime. Ne consegue che la citazione diventa politica, che se nel postmoderno è sinonimo di linguaggio di secondo grado, nel regista è autentica. La citazione non è un gioco che produce un’operazione di smontaggio intertestuale ma piuttosto, spiega la vera natura del cinema di Tarantino e le ragioni soggiacenti a un’opera come Kill Bill.

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Alessia Ronge

“Tu mi uccidi, tu mi fai del bene.”
- Hiroshima mon amour
Alessia Ronge

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