Appunti sparsi su An Elephant Sitting Still

Polvere nell’aria

Tatuato sul collo di XXXTentacion c’è la testa di un elefante. Grosse orecchie d’ordinanza, la proboscide attorcigliata in punta che scende verso il torace. Nel giugno del 2018 lo crivellano di corpi mentre è a bordo della sua auto. Formalmente una rapina, in realtà un omicidio. Muore. Ha vent’anni, è già il rapper più famoso della sua generazione, nel panorama diventa una figura leggendaria al pari di altri celebri deceduti prima di lui. Questo preambolo per arrivare al regista di An Elephant Sitting Still, il cinese Hu Bo, che a ottobre 2017 si suicida poco dopo aver finito questo suo primo e unico lungometraggio. A febbraio lo portano alla Berlinale, un anno dopo la sua morte viene proiettato anche alla Festa del Cinema di Roma, ma sono decine e decine i festival che lo inseriscono nei programmi. Dove si colloca il valore dato al film, tra l’omaggio postumo e la presa di coscienza di avere tra le mani un grande titolo? Tra il cavalcare l’onda facendo surf sulla bara e l’esaltare un talento bruciatosi troppo in fretta per autocombustione? Di anni Hu Bo ne ha ventinove. Entrambi non produrranno più nulla di nuovo.

An Elephant Sitting Still è di per sé affascinante anche solo per una serie di motivi: l’approccio è amatoriale, la tecnica è professionale, i mezzi usati non hanno nulla da invidiare a produzioni più grosse, il cast è perfetto per la storia raccontata. I quasi duecentoquaranta minuti di durata passano in fretta, coinvolgono, permettono di entrare in empatia coi personaggi. Nulla è superfluo. Un’opera matura che stupisce per essere stata invece realizzata da un quasi trentenne. Ci si può aggrappare a tutta la sofferenza e inadeguatezza mostrata dal cineasta per trovare possibili cause alla sua decisione di togliersi la vita, ma al contempo gli elementi a disposizione sono così pochi da non permettere più che insufficienti considerazioni. Che importa, poi?

An Elephant Sitting Still recensione

Residuo a terra

La condizione di assoluto disagio nella quale versano tutti e quattro i personaggi principali è pesante tanto quanto lo smog aleggiante sulla Cina. Certo che l’aria è pesante anche a casa. La povertà di quando si è in troppi dentro allo stesso appartamento. Il lusso di poter tenere un cane in un paese che ne mangia la carne. Vederlo sbranato da un altro. Le macerie. Il cesso che perde acqua. Gli ascensori che sembrano cassonetti della spazzatura. Il sangue sui mozziconi delle sigarette accese sotto il giacchetto. Stecche da biliardo indebitamente prese in prestito. Cellulari rubati. Il bullismo e la demolizione di una scuola che cade a pezzi. Le mani tremolanti di padri che perdono il lavoro. Gli amici che si ammazzano buttandosi giù da un balcone. In sette miliardi su un pianeta al collasso. Discariche a cielo aperto. Gabbie vuote in zoo abbandonati. Ciotole con dentro il ramen. L’agonia provata fin dalla nascita e discorsi morali (roba che poi non capisci del tutto). Danni irreparabili. La luce in fondo al tunnel. Classi sociali e scale mobili. Ospizi. Condensa dentro le auto. Urla e imprecazioni. Colpe. Video hard e biglietti falsi. Sopravvivere … e andare via. Il barrito di un elefante a lungo evocato, inutilmente atteso e infine mai mostrato. La frustrazione di vivere. Resistere. Fino a quando si ha la forza.

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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