Venezia 76 – Restauri: Out of the Blue di Dennis Hopper, ritratto nero d’America

Tra le pellicole restaurate, presentate quest’anno alla 76esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, anche Out of the Blue del 1980 diretto e interpretato da Dennis Hopper. Il film, girato in Canada (nei dintorni di Vancouver) è un ritratto nerissimo dell’America di quegli anni. Un incubo che è la realtà della quindicenne protagonista Cindy detta “Cebe” (Linda Manz: Days of Heaven, Gummo) iniziato dai titoli di testa, in cui la vediamo re-inquadrata dal cruscotto del camion che il padre, Don Barnes (Dennis Hopper) sta guidando accanto a lei. Il volto della figlia è truccato per la festa di Halloween come quello dei ragazzini all’interno di uno scuolabus: il mezzo che sta percorrendo la loro stessa strada viene preso in pieno dall’uomo, distratto dalla bottiglia tra le mani. Segue un salto temporale di cinque anni (periodo che il padre trascorre in carcere) in cui troviamo Cebe all’interno del camion-rottame mentre interviene (nascosta da uno pseudonimo) a una trasmissione radiofonica notturna in cui dice di voler “sovvertire la normalità”.

Il capovolgimento in Out of the Blue è soprattutto nei valori, esposti attraverso la crisi della famiglia (e della nazione); infatti i personaggi conducono una vita ai margini, in cui lo spazio della periferia diventa lo specchio del degrado di ognuno. Dal difficile re-inserimento del padre nella società, alla figlia ribelle, passando per la madre Kathy (Sharon Farewell), una cameriera eroinomane spesso in compagnia di amanti e terrorizzata dall’idea che sua figlia possa essere lesbica.

Frammenti di vite ai margini e volti deturpati come le cicatrici esibite dal padre e dalla figlia. Segni di esistenze alla deriva, di chi tocca il fondo per non risalire più: Don verrà licenziato dalla discarica in cui ha trovato lavoro, la figlia viene ripescata dalla fuga da casa, il picnic familiare al freddo fa emergere il disagio della madre.

out of the blue dennis hopper recensione

In Out of the Blue è forte la ricerca di identità dell’adolescente che attraverso il travestimento vuole essere qualcun altro, imitando gli idola che tappezzano le pareti della sua cameretta (Elvis in primis); inoltre la solitudine di Cebe è uno stare soli autodistruttivo che non ha niente di produttivo. Dice di voler diventare una rockstar ma si limita a strimpellare la chitarra e a dare due colpi alla batteria, vuole sembrare una dura (si tatua da sé, fuma e infila la spilla da balia nella guancia) ma quando si rannicchia per dormire si succhia il pollice. Serie di mancanze che prendono forma durante il monologo della ragazzina all’interno di una serra arida, in cui sfoga il suo stato di abbandono: da Johnny Rotten a Sid Vicious, passando per Elvis e il padre, tutti l’hanno lasciata.

Compagna fedele una radiolina da cui ascolta parte della colonna musicale del film: Elvis, Neil Young, Pointed Sticks (quest’ultimo gruppo compare nella scena del concerto e fa parte della scena punk della Vancouver anni ’80). Le labbra dipinte di rosso sangue di Cebe e il vinile di Elvis in fiamme (davanti alla foto dei genitori) sono un preludio al finale crudele in cui la complicità di padre-figlia prende un risvolto grottesco, ambiguo, sordido da cui esplode l’odio represso della ragazza verso gli uomini.

Out of the Blue è il terzo film in cui Dennis Hopper è regista e attore (inizialmente doveva solo interpretarlo, poi è subentrato alla regia) dopo Easy Rider del ‘69 (a fianco di Peter Fonda, da poco scomparso) e Fuga da Hollywood del ’71. Il titolo originale (ricordiamo la lost in traslation italiana: Snack bar blues e quella canadese No Looking Back) è ripreso dal brano (in colonna musicale) di Neil Young My My, Hey Hey (Out of the Blue): si tratta di un modo di dire che equivale al nostro “all’improvviso” o “di punto in bianco” come la svolta derivata dalle azioni estreme dei protagonisti che piomba nelle loro esistenze e non gli lascia via di scampo.

You may also like...

Condivisioni