Il messaggio universale dietro Incontri Ravvicinati del Terzo tipo

Il più grande banco di prova per un film che vuole cavalcare l’onda degli anni e decenni successivi, non è l’ostico boxoffice, tanto meno divincolarsi tra critici o affini, bensì riuscire a resistere all’inevitabile usura del tempo.

A distanza di anni dunque, si notano sempre più difetti marcati o crepe che cominciano a crearsi in pellicole che non hanno superato l’evoluzione dei tempi, come del modo di usufruire del cinema o di come si continui a crearlo. Viene dunque naturale provare a recuperare un titolo che sempre con maggiore difficoltà viene riesumato quando si parla di Steven Spielberg e il film in questione è Incontri Ravvicinati del Terzo tipo.
Provate a pensarci, proprio ora che stiamo vivendo un clima di grande confusione cinematografica, dove nei salotti come nei bar ci si chiede se il messaggio che veicola Joker possa essere più o meno pericoloso per le masse. Oggi, Incontri Ravvicinati del Terzo tipo, avanza e propone una situazione non dissimile quale l’alimentazione volontaria delle ossessioni per raggiungere il fine che sembra imporsi davanti ogni oltre pensiero per il nostro protagonista come altri, pochi eletti che sono stati toccati e privilegiati della visione di diverse luci.

incontri ravvicinati del terzo tipo

Se dunque tutta la parte umana si costruisce attorno questi poveri magneti, in cerca del loro opposto al quale si sentono fortemente collegati, dall’altra parte della barricata c’è la burocrazia, la concreta realizzazione della presenza di forme di vita aliene e la necessità di comunicare con noi.
Mettiamo dunque da parte la classicistica idea dell’alieno cattivo che viene sulla Terra a cominciare guerre intergalattiche. Questi fuggono e accolgono i segnali degli umani. C’è un signor François Truffaut che estende la sua mano da regista sul personaggio. Studia i dati, i numeri e se è vero che la matematica è il linguaggio universale come di tutti gli umani anche di tutte le forme di vita della galassia, egli invece confluisce numeri e dati in suoni e luci, la stessa essenza del cinema, fatto di una tela, delle immagini proiettate e dei suoi a supporto di essa. Il pubblico è in costante input, acquisisce le informazioni. Qui il pubblico si divide in due fette, con gli umani stessi e gli alieni pronti a rispondere.

Che momento magnifico dunque tutta la fase finale, ancora oggi a decenni di distanza, con lo scambio di musica e colori tra umani e alieni, di una bellezza e un’intimità pari solo allo scambio di liquidi tra due persone sotto le lenzuola. La musica, la sensualità di quei suoni come di quelle luci, la danza nello scoprirsi e poi conoscersi. Il cinema che si tramuta in cenni istintivi per mostrarsi nella sua essenzialità.

Molti studiosi hanno teorizzato la Spielberg Face, ovvero quel momento relegato ad un movimento di camera che Spielberg effettua in particolari momenti di stupore dei suoi protagonisti, intenti a guardare qualcosa di immaginifico e provare a catturare quell’emozione nello sguardo sbarrato di stupore (o peggio, una maledizione millenaria come i nazisti sciolti ne I Predatori dell’Arca Perduta). L’incontro dell’alieno con il personaggio interpretato da Truffaut è forse uno dei momenti più importanti di tutto il film, con lo stesso esponente del genere umano che crea, gestisce e organizza il primo vero contatto con un’entità aliena con dei gesti universali. Non necessariamente di pace, ma quel piccolo passo – seguito dal sorriso goffo, ma ricambiato – che rende umani e alieni estremamente identici in quel contesto così assurdo, più unico che raro, ma ricco per entrambe le fazioni.

In un clima politico come quello attuale dove si demonizza il diverso e lo si guarda con forte timore, Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo è un incredibile messaggio di pace, fraternità e uguaglianza, oltre che essere una testimonianza assolutamente potentissima della forza delle immagini, come dell’audiovisivo e di tutta la macchina cinema. Uno di quei film di cui si parla sempre poco se l’argomento Spielberg prende piede, e forse è uno di quei film più intimi, ricercati e raffinati usciti in quel periodo – la stessa forza di intendere la fantascienza in modo diverso, così come usufruirne – e a distanza di anni, ennesima pellicola che dimostra intatto tutto il suo valore drammaturgico come immaginifico.

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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