RomaFF14: The Irishman, l’epopea criminale di Scorsese

Cinema di conferme e riscoperte. Quello che doveva essere il progetto della vita di Scorsese, secondo solo a Silence per importanza e priorità data dal regista, prende vita grazie al budget titanico messo a disposizione da Netflix che produce, assieme a Roma, un film di valore inestimabile con cui arricchire un già variegato catalogo.
Bello, bellissimo, ma non perfetto, nella sua eccessiva durata – quasi 210 minuti – The Irishman lavora per sottrazione a livello drammaturgico, aggrappandosi alla bravura dei suoi tre attori, scandendo il film in tre grandi momenti, specchio delle performance dei rispettivi leoni da palcoscenico.

Una prima parte a discrezione e scoperta di Joe Pesci, la parte centrale, croce e delizia dell’intero film dove Al Pacino decide di mostrare al mondo perché nel suo momento d’oro era considerato un attore inarrivabile e un’ultima e terza parte dedicata alla fine di questa epopea criminale, nata davanti gli occhi dell’Irlandese del titolo, ovvero Robert De Niro, per vedersi concludere ai giorni nostri, quando ormai non è rimasto più nessuno capace di raccontare quella storia, con la necessità di aggrapparsi alla memoria e gli aneddoti di un irlandese che nel dopo guerra, riesce a scalare e ottenere il rispetto della Mafia e vivere l’american dream a suon di pallottole e strozzinaggio.

the irishman recensione

Davanti una prima parte del film fedele alle migliori storie di Mafia, con un irlandese che si ritrova ad arrotondare le giornate con piccoli favori, un finale da applausi e una parte centrale che si rivela essere priva di una cornice. Come prassi nella narrazione scorsesiana, in questa volta il regista toglie una contestualizzazione storica, non più di quanto già non conoscessimo, e concentra tutto sugli attori e su come questi eventi poi vadano a ricadere nel privato di tutti, dal boss – Joe Pesci – al responsabile del sindacato – Al Pacino.

Quest’ultimo mai come in questa occasione riesce a tenere alta l’attenzione per il suo personaggio e la sua parantesi come non mai, proprio in occasioni del genere dove il film sembra arenarsi: bloccato sul carisma dell’attore, per più di 90 minuti il film gira attorno all’attore, fermandosi narrativamente. Il senso di progressione è tale finché la parentesi del sindacalista Hoffa non mette un ferro nelle ruote del carro The Irishman, e ne osserviamo l’incredibile bellezza recitativa, non sottolineando però come la situazione stantia cominci a farsi pesante già subito dopo. Soltanto nell’atto finale – assolutamente clamoroso e incredibile – la risoluzione di questa storia spalmata su quaranta anni sembra trovare una dimensione narrativa e simbolica di tutto rispetto.

the irishman recensione

Il film si ferma, ma lascia respirare finalmente i suoi attori. Il palco questa volta è tutto di Robert De Niro che si libera dal personaggio e prova a solcare i confini della senilità con un punto di vista assolutamente inedito per la filmografia del regista, per quanto la religione e la stessa protezione di essa da ogni tipo di rimorso – come le rispettive domande esistenziali.

Il grande lavoro di ringiovanimento, elemento che ne ha sancito mesi e mesi di ritardo, è un effetto posticcio che gode del classico gioco di percezione donato ad un gruppo di spettatori che forse, di vedere un film di questo genere, ne preferiva un altro.
Il problema di questo ringiovanimento è l’aver trascurato il corpo di questi attori non più in erba, per focalizzarsi solo sul viso. A resa visiva, se l’effetto posticcio potrà durare almeno una 30ina di minuti, subito dopo complice anche l’avanzamento degli anni nella pellicola, il viso vero si mostra sotto quel trucco e motion capture e per quanto non dei migliori, il risultato è lo stesso impressionante, stessa cosa che purtroppo non si può dire dei goffi e incavati corpi che sono rimasti purtroppo tali e poco credibili su un viso di un ragazzo di 30 anni circa.

L’epopea criminale di Scorsese aggiunge un tassello importante, per quanto ottimizzabile e forse, anche fin troppo tagliato – alcuni momenti dedicati a comprimari lasciano intuire che Scorsese avesse intenzione di fare un cut anche più lungo di 210 minuti – e comunque momento di altissimo cinema per tutti gli appassionati.

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

You may also like...

Condivisioni