Perdersi e ritrovarsi al Porn Film Festival di Berlino

Il mio interesse per la pornografia nasce proprio a Berlino. All’epoca vivevo lì e stavo portando a termine un progetto di ritratti fotografici e interviste a sex workers autodeterminate. Una di loro mi invitò ad andare con lei ad una proiezione del Porn Film Festival e poi a una serata che si teneva in un locale di nome Ficken3000 (letteralmente Fottere3000).

Dopo aver guardato tutti i porno non mainstream su cui riuscivo a mettere le mani, fatto travasi di film con gli hard disk delle amiche, frequentato altri festival di pornografia alternativa e aver scritto una tesina di semiotica dei media mettendo a confronto due piattaforme di porno online, ho deciso di tornare al Porn Film Festival di Berlino per vedere come si sia trasformato il mio approccio rispetto a quattro anni fa e cosa propone oggi l’orizzonte della nuova pornografia.

Parto in treno con un’offerta delle ferrovie tedesche e mi sparo 12 ore di viaggio perfette per leggere, scrivere, aggiornare il curriculum e stare a guardare il paesaggio che cambia fuori dal finestrino. La sera stessa del mio arrivo vado con un paio di amici al Ficken3000, dove ancora oggi si riuniscono gli avventori e le avventrici del festival dopo una giornata di proiezioni. Questo mi rassicura, Berlino cambia e spariscono i posti con una velocità da togliere il fiato. Non si parla quasi d’altro che di gentrificazione da Bologna a Berlino, del nulla che avanza. Al Ficken3000 non si respira e non ci si muove per la quantità di gente, tutti fumano, ballano, bevono e urlano per farsi sentire. Tutto regolare. Il giorno dopo mi dirigo al Kino Moviemento, un piccolo multisala sulla Kottbusser Damm dove da sempre si tiene il PFF, quasi di fronte alla scuola di tedesco che frequentavo. Anche il Kino Moviemento rischia di chiudere, un investitore ha comprato il palazzo in cui si trova ed è stato organizzato un crowdfunding per salvarlo.

La prima cosa che mi sono chiesta è stata, quando si va a un festival di pornografia con quale criterio si scelgono i film da guardare?

Porn Film Festival Berlin

Sicuramente dipende da che cosa cerchiamo in un porno: se vogliamo esclusivamente sentirci eccitati, se vogliamo ridere, se vogliamo anche “la storia”, se invece vogliamo informarci, oppure scoprire qualcosa di nuovo. La questione che a me principalmente interessa è la potenzialità della pornografia non-mainstream di portare dei contenuti socialmente e politicamente rilevanti. Viviamo in una società mediale e ciò che vediamo rappresentato attraverso influenza la nostra percezione del mondo e delle persone e i nostri comportamenti, per questo vedo nella pornografia non-mainstream un antidoto valido a quello che di solito si vede nel porno eteronormato (cazzo-in-figa-dentro-fuori-over-and-over).

Trovo anche estremamente interessante l’esperienza di andare a vedere un porno al cinema: qualsiasi cosa proveremo, eccitazione o disagio, saremo in mezzo ad altre persone. Vi è poi l’implicazione di doverne parlarne ad altri: -Che fai stasera?- -Vado al festival dei porno-. Posso assicurare che le conversazioni diventano molto più interessanti.

Il mio approccio di solito è andare a vedere quello che mi capita oltre a quello che inizialmente mi attira, proprio perché voglio vedere cose che magari non farei o che potenzialmente potrebbero disturbarmi, oppure scoprire cose che non pensavo potessero piacermi. Soprattutto mi piace vedere corpi diversi dai soliti canoni di bellezza rappresentati come sexy.

Un’altra cosa che mi sono chiesta è stata: come si guarda un porno non-mainstream? Un porno ci piace solo se ci piacciono i protagonisti e le cose che fanno oppure può piacerci anche un porno che non rappresenti la nostra sessualità? E come la mettiamo con la questione tecnica? Data la quantità di produzioni indipendenti e film fatti da artisti o persone che non lavorano in ambito cinematografico, è facile trovarsi davanti a film in cui le immagini hanno una bassa risoluzione, fotografia e montaggio sono poco curati o l’audio in presa diretta è fatto male (occhio con le urla orgasmiche). Sono giunta alla conclusione che ad un film con delle buone intenzioni si possa perdonare quasi tutto. Tranne le sculacciate fuori sync.

Fra quelli che ho visto, ho selezionato cinque film rispecchianti le motivazioni che danno senso a manifestazioni come il Porn Film Festival di Berlino e che delineano un orizzonte pornografico sempre più interessante anche a seconda delle problematiche sollevate da questi film.

RIOT NOT DIET

(Maria Fuhr Mann, 2018, 17’, Germania)

Finalmente si parla di grassezza e di lesbismo in questo cortometraggio della tedesca Maria Fuhr Mann presentato anche alla scorsa edizione di Some Prefer Cake, festival di cinema lesbico a Bologna. La regista prende la materia prima dei corpi delle protagoniste ed elabora una visione utopica e queer di non conformità alle dimensioni prescritte come desiderabili dall’eteronormatività. Una voce fuori campo dice: “We’re gonna build another planet. A place full of secrets and treasures.”

FOXY STRIKES BACK

(BEYONDEEP, 2017, 7’, USA)

Un cortometraggio indipendente del collettivo americano BEYONDDEEP formato da una coppia queer di colore (QPOC, queer people of color) e che ci proietta immediatamente nei loro giochi, omaggiando la Foxy Brown dei film della blaxploitation anni ’70. In questo caso, Foxy entra in un appartamento dove c’è la partner legata ad una sedia che la sta aspettando. Le due ragazze mettono in scena una sessione di dominazione a frustate che si capovolge non appena la ragazza legata viene liberata e restituisce con gli interessi le frustate a Foxy, con un risultato, spero voluto, di comicità. In seguito le ragazze fanno sesso e concludono fumando a letto con espressioni soddisfatte. Chiacchierando dopo la proiezione una ragazza ha commentato che se ci fosse stato un uomo a frustare la ragazza legata il film sarebbe risultato sicuramente indigesto, se non inaccettabile, poiché siamo abituati a condannare qualsiasi genere di violenza maschile sulle donne. Penso che anche io l’avrei rilevato in quel modo, ma la chiave di lettura sta nella consensualità delle pratiche. In Foxy Strikes Back non vediamo una scena di negoziazione del consenso, ma esattamente come quando guardiamo un film di fantascienza e operiamo la sospensione dell’incredulità, credo che in questi casi dovremmo operare un’implicita fiducia nel fatto che il festival a cui stiamo partecipando faccia vedere film dove i/le/* performers abbiano acconsentito a tutte le pratiche di cui sono protagonisti, ma al di là di questo sarebbe un criterio di scelta generale del porno che decidiamo di vedere. In questo contesto è utile ricordarsi che vi sono una moltitudine di pratiche in cui il dolore fisico è anche un modo per trasmettere amore, cura, e soprattutto creare una tensione erotica attraverso il gioco. La violenza è violenza quando non è consensuale e quando c’è coercizione.

NON È AMORE QUESTO

(Teresa Sala, 2018, 34’, Italia)

Uno dei pochi film italiani presenti al festival è questo documentario di Teresa Sala, presentato in anteprima al festival Visioni Italiane di Bologna. Barbara, una donna con disabilità, racconta del suo rapporto con la sessualità, con il proprio corpo, con il desiderio, in un flusso di coscienza che si espande e va a toccare i temi delle relazioni, della mortalità e della famiglia. Quello che colpisce di questo documentario è il fatto che pur non condividendo la stessa esperienza corporea della protagonista ci si ritrova a risuonare nella sua auto-narrazione. Il corpo si fa paesaggio e territorio di dolore ma anche di sensualità e autobiografia, non c’è più differenza fra corpi abili e disabili, ma solo esperienze umane. Il film non è sessualmente esplicito ma sono le parole di Barbara ad esserlo e a neutralizzare qualsiasi resistenza da parte di chi guarda.

THE SEWERS OF HETEROSEXUALITY

(Marianne Chargois, 2018, 11’, Francia)

Il film vincitore della sezione cortometraggi è un documentario girato da Marianne Chargois, sex worker, dominatrice e attivista francese, la quale ci mostra alcune delle pratiche di umiliazione a cui i suoi clienti si fanno sottoporre, in un assurdo compendio da “La giornata tipo di una dominatrice”. Accompagnati dalla sua voce e dal suo punto di vista, Marianne conclude il film con una riflessione sul fatto che molti uomini vittime della propria mascolinità tossica possano esprimere la loro sessualità considerata perversa ricorrendo ai servizi delle sex workers, le quali da un lato costruiscono su questi servizi le loro autonomie economiche, ma dall’altro vengono emarginate dal discorso politico e sociale proprio da quella cultura di mascolinità tossica che poi finisce per ricorrere a loro.

“We, dissident whores, minority populations and those excluded from the dominant world, take advantage of your shame to create economic autonomies. Just a fair return, right?”

Il film è bellissimo e disturbante.

(W/HOLE)

(Mahx Capacity, 2019, 97’, USA)

(W/HOLE) è un lungometraggio politicamente consapevole, costruito con diversi linguaggi tra cui quello della danza contemporanea e della performance, e che contribuisce significativamente alla rappresentazione dei corpi e delle pratiche queer anche grazie a un efficace linguaggio cinematografico.

Il film è il frutto dell’esperienza di Aorta Films, una casa di produzione americana che si occupa di pornografia queer di ricerca. “AORTA films makes experimental queer/feminist cinema for our impending post-human future”, si legge sul loro sito.

Una parola che mi viene in mente per descrivere questo film è ‘decostruzione’, una parola che utilizzo soprattutto nei discorsi intorno all’espressione dei nostri generi, orientamenti e pratiche. In questo caso (W/HOLE) decostruisce la pornografia, il cinema, i movimenti e le frasi per creare espressioni corporee nuove che si fondano su una ricerca audiovisiva propriamente artistica. Il film è stato realizzato con la compagnia di performers The A.O. Movement Collective creando un alternarsi di scene performative e momenti più esplicitamente sessuali. I momenti performativi non sono un intermezzo intellettualmente onanistico ma contribuiscono a creare l’intensità emozionale su cui si fonda il film e a calibrare le diverse atmosfere che si vogliono creare, da quelle più ludiche a quelle più solenni. Il film celebra l’opulenza del piacere queer ma in parte anche la sofferenza che deriva dall’emarginazione dei corpi e delle soggettività, oscillando tra esplicitezza ed astrazione. Una delle scene più memorabili è sicuramente quella delle quattro performer che con espressioni ammiccanti iniziano a fare gesti con le mani che non sono culturalmente codificati come sessuali ma che richiamano l’atto di compiere gesti sessualmente espliciti, prendendosi gioco dei canoni che prevedono che la sessualità debba seguire solo certi pattern predefiniti. Il risultato è destabilizzante, così come lo sono le scene in cui vengono mostrate pratiche estreme. A questo proposito, dopo la proiezione è stato chiesto alla regista se secondo lei non fosse problematico mettere in scena una persona di colore che viene sottoposta a delle pratiche estreme che coinvolgono del dolore fisico provocato da una persona bianca. Anche in questo caso si tratta di pratiche consensuali, di un gruppo di persone che prima di essere parte di un cast cinematografico si conoscono da anni, e che soprattutto hanno contribuito insieme alla regista alla realizzazione del film e hanno avuto la possibilità di decidere come autorappresentarsi.

Ciò che accomuna i film che ho selezionato è proprio l’auto-narrazione e l’autorappresentazione di corpi e pratiche, non mutuati da case di produzione o da interessi puramente commerciali. Evidente è l’intento di creare un orizzonte visivo dell’erotismo e della sessualità che si intreccia con le relazioni personali, con il discorso politico, e con tutta una serie di cose che vengono delegittimate perché non appartenenti alla norma. Questo è il senso che per me dovrebbe avere la pornografia contemporanea, far emergere il fatto che attraverso la sessualità esprimiamo il nostro modo di stare al mondo anche come soggetti politici e sociali e che è anche attraverso la pornografia che si rivendicano i propri spazi di legittimazione all’esistenza e al piacere.

(Articolo a cura di Helena Falabino, accreditata stampa per «Vero Cinema» alla quattordicesima edizione del Porn Film Festival di Berlino)

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