Mulholland Drive, il sogno lucido di David Lynch

Ritrovarsi a percorrere Mulholland Drive e i suoi tornanti narrativi è un’esperienza pericolosa, oltre i limiti di velocità, il piede sempre più inchiodato sull’acceleratore, incoscienti come in un sogno lucido, consapevoli che ogni azione porterà al traumatico risveglio. Un risveglio che Diane Selwyn vuole ritardare il più possibile, cambiando identità in Betty Elms nel sonno, nascondendosi come un rifugiato politico con passaporto falso, in una realtà che esaudisca finalmente i suoi desideri frantumati, distrutti, masticati da una Hollywood che si ciba voracemente di chi fallisce per svezzare le icone del futuro.

Un’altra Dalia Nera, sbocciata, sfiorita, marcita in una camera da letto con un proiettile in testa. È in questo momento che la pellicola potrebbe essere rivista a ritroso, messa a nudo nella sua natura onirica finora accennata, sussurrata, ma oltremodo evidente una volta girata la chiave e aperta la scatola blu della realtà, vaso di Pandora che rimette a noi i nostri errori e ossessioni.
Il capolavoro di Lynch non racconta solo un sogno, ha i suoi stessi ritmi, la stessa consistenza, quella perfezione artificiale che annega in inquadrature vaporose, in una fotografia sovraesposta. L’illusione della normalità spezzata da situazioni e personaggi fuori contesto, fuori fuoco, per presenza ed espressività, pronta a trasformarsi in incubo. Basta svoltare un angolo per lasciarsi alle spalle lo scintillante Sunset Boulevard e vedere in faccia la morte; una delle prime, fenomenali scene del film. La sensazione è quella di cadere durante il sonno, improvvisa, capace di trasmettere un dolore fisico persistente, che prende lo stomaco e fa vibrare il suo disagio per tutta la durata della pellicola. L’occhio vorrebbe ripararsi da quella fugace e grottesca apparizione, ma i timpani non possono sfuggire alle taglienti note di Badalamenti, in quella che è una sequenza perfetta, psicologicamente terrificante ma terribilmente affascinante.

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È però un’opera superbamente stratificata, di grande valore anche senza analizzarne i palesi sottotesti, disegnata su un modello di noir quasi alla Raymond Chandler, in una Los Angeles rimasta agli anni ’40 ma vestita secondo la moda del 2001. Un incidente stradale, una donna sopravvissuta, in stato di shock, preda di una violenta amnesia; la borsa piena di soldi, l’incontro con l’aspirante attrice, un angelo che la accoglie in casa sua e decide di aiutarla a risolvere il mistero.
Rita e Betty, speculari, sempre più attratte l’una dall’altra. Un gioco di epoche e di ruoli che passa dall’arredamento di certe scenografie ai modi acqua e sapone di Betty, classica ragazza di provincia americana, pura, in contrasto con l’indole da femme fatale sbiadita, sofferente di Rita, trovando poi una soluzione, un culmine stilistico ed emotivo, davanti ai sipari di velluto del Club Silencio. Qui si consuma l’ultima fase del sonno di Diane, le lacrime che cominciano a scorrere, rendendosi conto che la veglia sta per reclamarla con tutte le paure e angosce che infestano la sua vita. La fine di un amore travolgente, ossessivo, vissuto in modo unilaterale.
Un sentimento che ormai non esiste più ma che continua a suonare dentro di lei; non c’è più nessuna banda ma la musica non può fermarsi. No hay banda. Il mondo perfetto in cui Diane si era rifugiata si sgretola sulla struggente e meravigliosa Llorando cantata da Rebekah Del Rio, una voce infusa del potere taumaturgico che Lynch attribuisce a tutte le donne che calcano un palcoscenico, eterne ed eteree.

Camilla non sarà mai la Rita dei suoi sogni, lei era solo il suo giocattolo erotico, uno strumento di piacere da riporre nel cassetto una volta trovata l’occasione di stringere una relazione col suo regista, Adam Kesher. Personificazione della realtà in un certo senso, personaggio che percorre tutta la narrazione rimanendo sempre sé stesso, non senza inciampare in situazioni al limite dell’assurdo; quasi una proiezione dello stesso cineasta di Missoula, esasperato dalle imposizioni della casa di produzione che tengono al guinzaglio il suo estro, la sua idea di cinema. Come a rivangare le origini stesse di Mulholland Drive, nato come pilota mai andato in onda per una serie TV, macellato per venderne 90 minuti al pubblico con risultati “imbarazzanti”, a detta dello stesso regista. Un processo doloroso che ha visto l’opera prendere forma definitiva all’improvviso, una notte, come l’illuminazione di chi ascende ad uno stato di coscienza superiore, di chi usa la macchina da presa come microscopio per studiare la mente umana, sovvenzionato da StudioCanal.

Un cult che lascia tutt’oggi aperti canali di interpretazione che vanno oltre quelli più limpide e plateali, con ogni visione capace di aggiungere un dettaglio che prima sembrava non esistere o essere in una posizione diversa, vivo come uno spettacolo teatrale, sempre uguale nella sostanza ma unico ad ogni esibizione. Ed è bello pensare che, alla fine, l’Oscar alla carriera consegnato a Lynch qualche giorno fa, sia in verità quella statuetta alla miglior regia degli Academy Awards 2001, in cui Mulholland Drive ha lasciato l’orma indelebile di una nomination, battuto da Ron Howard e il suo A Beautiful Mind.

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Stefano Calzati

"Silencio... No hay banda. È tutto registrato. È tutto un nastro. È solo un'illusione"
- Mulholland Drive
Stefano Calzati

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