La scommessa persa di A Rainy Day In New York

L’ennesimo film di Woody Allen. C’è chi ne gioisce, c’è chi se ne disinteressa. L’ennesimo film di Woody Allen ambientato nella sua (ex?) città, dov’è nato e sempre vissuto. New York significa l’isola di Manhattan, Brooklyn, il Queens, dove tanti altri suoi progetti cinematografici sono stati ambientati. Quindi, ancora un ritorno in un luogo privilegiato, amato irrazionalmente. Mai come questa volta, però, la location “naturale” di vetro e cemento armato è una mera decorazione, ridotta a un paio di luoghi iconici: Central Park e il museo in esso contenuto, il MET, il Cafe Wha (dove Jimi Hendrix è diventato Jimi Hendrix), il Carlyle Hotel, poco di più.

Perché A Rainy Day In New York, che nel titolo sbandiera il senso intimo di voler raccontare una storia proprio , non altrove, poteva invece essere ambientato in qualsiasi altra parte dell’America. Lo spettatore non se ne sarebbe quasi accorto. Certo, la centrifuga di personaggi ed eventi non avrebbe potuto produrre lo stesso risultato di incontri, scontri, fughe, abbandoni, scoperte, se non a New York, ma la città è così spogliata del suo fascino unico che viene inevitabile domandarsi perché la decisione di sacrificare quel micro-universo urbano a favore di uno script decisamente non tra i più forti che Allen abbia scritto nell’ultimo decennio (meglio o peggio di To Rome With Love? E di Café Society?). Come per ogni cineasta prolifico, le opinioni variano tra i suoi sostenitori.

L’autore anche questa volta ha puntato sull’elemento a lui forse più caro: A Rainy Day In New York è un film sul cinema, sul cinema come stimolo conversativo (si parla di film, si usano i film per parlare della realtà, ci si fa scudo dei film per sfondare porte e farsi strada, costruirsi una carriera), sul cinema come mestiere (lo scrivere articoli, lo scrivere sceneggiature, il dirigere professionalmente o in maniera amatoriale), sulle delusioni del cinema, sugli scoop legati a personalità del cinema, sul cinema come bolla che rende tutto più lucido e ingrandito.

L’attaccamento dei personaggi del film al cinema classico, quello che non si fa più e che il pubblico ha disimparato ad apprezzare, è lo stesso di Woody Allen, il quale non solo ripropone sue ringiovanite versioni impazienti, intellettualoidi, stralunate, con la testa tra le nuvole, piene di dubbi (i characters di Timothée Chalamet, Jude Law, Liev Schreiber, Griffin Newman, e pure di Elle Fanning), ma realizza uno dei suoi lungometraggi più nostalgici di un’epoca che l’ha cresciuto, formato, reso il film-maker che è. A Rainy Day In New York ha la medesima conformazione di una commedia di serie B girata a Hollywood tra gli anni ’30 e ’50, di quelle giustamente non menzionate nei manuali. Una nostalgia impossibile, inattuabile, dal momento che la vicenda è, a differenza dei suoi personaggi, profondamente radicata in un presente in continua trasformazione (emblematico lo smarrirsi di Gatsby Welles dentro una labirintica tomba egizia conservata in un museo, che a sua volta è ubicato all’interno di un gigantesco parco nel cuore della metropoli più vitale del mondo, mentre costui è intento a non farsi notare dai suoi zii che lo costringeranno ad andare alla festa della madre).

Tutti i protagonisti scommettono: chi soldi, chi su di sé, chi sulla propria relazione, chi sul proprio futuro, chi sugli amici. La posta in gioco è la vita stessa e le strade che essa può prendere. All-in. Tutto viene messo su quel tavolo da gioco chiamato esistenza. Si punta, si vince, si perde, si fa un’altra partita. Al di là di tutto ciò che è successo allo sfortunato A Rainy Day In New York, è innegabile che Woody Allen non abbia tirato fuori dal taschino le sue carte migliori, ma al contempo ha scommesso. Come sempre ha fatto e plausibilmente continuerà a fare. Magari non più negli USA, magari non più a NYC, magari definitivamente in Europa o chissà dove.

A rainy day in new york

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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