Il Re, L’arte della guerra cinematografica

Il Re, ultima pellicola di David Michod (e terza nella storia su Enrico V, dopo le versioni di Laurence Olivier e Kenneth Branagh) prodotta da Netflix e distribuita sulla piattaforma streaming dal 1 novembre scorso, è un’opera storica che riesce a brillare nonostante le sue imperfezioni.
Scritto partendo dall’Enrico V di William Shakespeare, mescolato poi con dettagli ed eventi storici sull’ascesa del re al trono d’Inghilterra (1413-422) durante la Guerra dei Cent’anni, sembra inizialmente voler mettere in scena il poco saporito percorso di crescita di un personaggio ribelle, un giovanissimo ubriacone e giocatore d’azzardo che rinnega la corona per puro sprezzo dell’autorità, in diretto conflitto col modo di regnare del padre. Lo stesso Thimotée Chalamet non riesce ad ammaliare, ingabbiato da un copione che sembra scritto più per una puntata di Game of Thrones che per un film storico-teatrale, crudo e se possibile fedele a certe rigorose atmosfere medievali.

Poi però scatta qualcosa, come nella testa di chi si ritrova alla guida di un paese affamato, stretto nelle spire di lotte intestine per il potere, accerchiato dalle rivolte scozzesi e gallesi, con la Francia che osserva divertita il giovane re alle prime armi, schernendolo. La scomparsa in rapida successione del padre Enrico IV (Ben Mendelsohn), mai perdonato neanche sul letto di morte in una scena fortissima, emotivamente burrascosa, e del fratello minore, erede al trono designato, ambizioso, ucciso sul campo di battaglia, costringono il principe Enrico su quel trono disprezzato, esattamente come la corte disprezza quel figlio irrispettoso. “Non sapete cosa ne sarà di voi, per cui vi offro questo. La più benedetta delle tregue, il più terribile dei tormenti. Subirete l’umiliazione di servirmi. Il figlio ribelle che tanto denigrate. Ma sappiate che da adesso sarete guidati da un re completamente diverso”.

Una scena fortemente shekespeariana che mostra la vera natura de Il re e preannuncia il rituale dell’incoronazione dinnanzi a Dio, illuminato da una fotografia incredibilmente suggestiva che esalta un Enrico messo letteralmente a nudo, in ginocchio, la corporatura esile, quasi impalpabile. È molto importante nell’impatto generale della pellicola la presenza esile di Chalamet all’interno delle inquadrature, sembrando sempre sovrastato dalla stazza di servitori, ministri, architetture, ingobbito da un fardello enorme. Sembra in balia dei consigli che gli vengono dati, guidato nelle scelte sempre con una nota di manipolazione, molto rigido nella nuova politica interna che vuole attuare ma fin troppo aperto alle idee altrui. Una parte centrale che cala ancora leggermente di tono e potere suggestivo, fino alla decisione, condizionata dall’ennesima provocazione, di invadere la Francia con una campagna a ranghi ridotti. La scena viene qui divisa tra Enrico e Luigi, delfino di Francia interpretato da un teatrale e ottimo Robert Pattinson. Non è una guerra su larga scala e non ha i numeri di un’invasione. È un duello, una partita ad uno sport mortale.

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La prima battaglia, l’assedio al castello di Harfleur, fa esplodere due concetti audiovisivi fondamentali nella produzione: lo spazio concesso al silenzio, dove le parole vengono spesso sostituite da una colonna sonora austera, ecclesiastica, capace di mettere in soggezione, e l’utilizzo sapiente della luce naturale. Un bellissimo montaggio mostra tutte le fasi e sfumature del tramonto, passando per il crepuscolo fino alla notte, sfondo alla preparazione delle catapulte, con i soldati prima in controluce, come fossero silhouette, poi illuminati a intervalli regolari dalle fiamme, appiccate alle reti cosparse di pece che vestono i massi lanciati.
Il tonfo lontano delle mura che cominciano a cedere, il passare dei giorni scandito dalle routine di un accampamento militare. Forse una delle sequenze che da sole valgono la visione, puro cinema che si scoprirà essere solo antipasto di una battaglia di Azincourt (25 ottobre 1415) che lascia estasiati, per regia e impatto fisico, con una dinamicità dell’azione e una ferocia rare.

Circa 25 minuti, dalla preparazione in cui l’ex compagno di bevute John Falstaff (interpretato da Joel Edgerton, co-sceneggiatore insieme a Michod) trova il suo ruolo nello scacchiere del film, risolvendosi e brillando finalmente di luce propria, fino al glorioso successo. Una collina circondata da boschi, ai piedi gli inglese, arcieri in seconda linea e fanteria leggera a fare da esca all’imponente fanteria francese, una slavina che presto rimarrà impantanata nel fango creatosi durante il diluvio notturno che ha deciso di benedire gli inglesi. Diventa così una rissa, corpo a corpo, lenta, disperata, brutale, con il campo di battaglia che muta di colore e consistenza.
Lascia il segno, tra i soldati e nello spettatore, come sulla stessa collina scelta come scenografia, ruvido e drammatico. Le vibrazioni di questa sequenza hanno una lunghezza d’onda molto simile alla famosa “Battaglia de Bastardi” di Game of Thrones, da cui Michod sembra attingere con gusto per modernizzare una delle storie più raccontate del medioevo, e lo fa bene, con il giusto equilibrio. Non c’è più umanità, non esistono più persone, è una regressione animalesca, una lotta per la sopravvivenza, arte della guerra cinematografica al suo meglio. È la storia di un re che non ha mai voluto esserlo, un re che deve imparare a comandare e che in mezzo a quella calca, da protagonista, prende idealmente per mano il suo paese, non più trascinato ma trascinante, prologo a un finale che torna parlare con i modi, i tempi e la violenza intima del drammaturgo di Stratford-upon-Avon.

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Questo crescendo rivaluta anche un inizio apparentemente pavido, lasciandolo ricordare sotto una luce diversa, in una staffetta ideale tra l’Enrico ebbro, trasandato, volgare e l’Enrico erede al trono di Francia, fiero e posato, speculare anche nell’intimità. Dai bordelli alla mano di Caterina di Valois (Lily-Rose Depp), ragazza forte che non ha intenzione di sottomettersi al suo re ma essere sua pari, una compagna di vita da conquistare, non un trofeo per una guerra vinta. Non è una pellicola perfetta, capace di brillare più per l’affascinante fotografia, esaltata da un’ottima regia, che per un copione talvolta incapace di trasmettere tutte le emozioni che vorrebbe e dovrebbe, sminuendo un po’ quello che è l’eccezionale lavoro degli attori sull’espressività e presenza fisica. Quando tutto gira è però un cinema di altissimo livello, che va ad arricchire ulteriormente il catalogo di esclusive Netflix con 140’ intensi e vibranti come due spade che si incrociano.

Stefano Calzati
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