Polanski o Hitchcock? Frantic o L’uomo che sapeva troppo?

Il thriller Frantic come MacGuffin hitchcockiano

La pellicola incassò molto poco al botteghino tanto da non riuscire nemmeno a ripagare quanto investito. Rimane sicuramente ricordata per l’ottima regia, la messa in scena, la fotografia e un cast di attori di notevole spessore. Frantic appartiene al genere “crime” e del quale si conservano alcune curiosità come quella riguardante il titolo, che lo stesso Harrison Ford provò a cambiare in Moderately Disturbed, quella di Emmanuelle Seigner che un anno dopo il termine delle riprese, sposò il regista e come questi si ritagliò nel film un piccolo ruolo come era solito fare Hitchcock.

Frantic film del 1988 e diretto da Roman Polanski ruota attorno al personaggio del dottor Richard Walker (Harrison Ford) che, proveniente dagli Stati Uniti, giunge a Parigi per un congresso con la moglie Sondra (Betty Buckley) e questa, dopo sole poche sequenze, scompare dalla suite del lussuosissimo hotel dove dimorano. Il marito rimastone scioccato e stravolto si mette allora all’affannosa e angosciata ricerca della moglie in solitaria in quanto non troverà appoggio e neppure aiuto dalla polizia e dall’ambasciata americana. Lo scambio di una valigia avvenuto all’aeroporto sembra essere la chiave del mistero e sarà da qui che, grazie a una ragazza sensuale e misteriosa (Emmanuelle Seigner), inizierà una corsa frenetica fin sui tetti parigini.

Frantic e il debito hitchcockiano

Un ordinario protagonista immerso in un intrigo macchinoso e più grande di lui che si fa avanti lungo tutto il corso del film con una suspense dal sapore psicologico etichettano la pellicola come un classico thriller. Le citazioni che il regista avvia con Alfred Hitchcock sono davvero moltissime da quelle simboliche, fino a quelle più esplicite passando quindi da L’uomo che sapeva troppo (1956) a La donna che visse due volte (1959) per arrivare a Intrigo internazionale (1959). Lo spettatore tramite la regia e la trama e la colonna sonora di Ennio Morricone si identifica con il protagonista e le sue angosce in una Parigi estranea e a lui ostile.  La pellicola presenta una chiara scansione in due parti. La prima tiene il pubblico, letteralmente rapito dallo schermo, per tensione, ritmo e lucidità narrativa, la seconda nelle citazioni assume toni anche scontati e talvolta banali e rischia di diventare un terreno molto scivoloso e intaccare una certa linearità armonica dello stesso film.

Frantic, sicuramente, agli occhi di un spettatore contemporaneo risulta un thriller quanto mai atipico e se si vuole “lento”. Il regista confeziona un film che dichiara la capacità di prendersi del tempo, ecco quindi che troviamo inquadrature d’insieme, per addivenire un film che recupera la dimensione del piccolo e dell’intimo esplicitate tramite strette inquadrature sui personaggi. Roman Polanski dimentica l’azione, le sparatorie, i colpi di scena, gli inseguimenti per farne un thriller educato in cui l’azione c’è, ma è quella che ha scordato di “mangiare la tensione”. Forse per questo si farà fatica ad accettare un film come Frantic che appare più asciutto e semplice rispetto a quelli che saranno i suoi successori. Del resto c’è anche da collocarci negli anni ’90 in cui il thriller esplodeva e nei quali si guardava al passato d’oro e, di conseguenza, ad Alfred Hitchcock.

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Il MacGuffin secondo Polanski 

Una delle sequenze che sicuramente, ritagliano Frantic verso una direzione alla Hitchcock, è quella della doccia. Tralasciando le banali citazione a Psyco (1960) siamo di fronte a una delle scene madri del film. In questo ritaglio di cinema straordinario, assistiamo a una sovrapposizione: in primo piano Richard che fa la doccia e in secondo piano Sondra che riceve una telefonata; dopo poco riattaccherà, tentando di riferire qualcosa a Richard, che però non può sentire le parole della moglie per il rumore dell’acqua corrente. La sequenza è un chiaro momento di passaggio, ecco quindi che essa si ripete, come a dare a Richard ed a noi spettatori un’altra possibilità di comprendere cosa la moglie stia dicendo per poi, quasi infastidita, allontanarsi. Da notare come la parte più interessante è quando la parola di Sondra, se è risultata udibile in un primo momento, risulti inudibile nel momento in cui inizia a dire qualcosa che pare importante, ma ancora una volta Richard, non sente così come noi spettatori non possiamo che vedere il solo labiale.

Polanski ci lascia in sospeso e, durante il film, tornerà spesso su questa sequenza per capire cosa non abbiamo sentito e cosa ci è sfuggito. Da questo momento, fondamentale a livello di sceneggiatura, cominciano a diramarsi percorsi, situazioni e strade che potrebbero portare facilmente al gioco della citazione. Abbiamo detto fin da subito che Frantic ha sicuramente molti debiti con Hitchcock: basti partire anche dal solo protagonista un americano all’estero coinvolto in complotto, che comporta un pericolo per un suo familiare. Tema che ricorda, fin troppo, L’uomo che sapeva troppo. Ecco che arriviamo al paradosso della stessa citazione di Polanski a Hitchcock: il dottor Walker non è un uomo che sa troppo, anzi per dirla tutta non sa nulla e nel corso della pellicola, non scopre realmente niente di significativo. Il protagonista di Polanski è piuttosto “l’uomo che sapeva troppo poco”.

Il regista riprende così tematiche già presenti in Blow up o Profondo rosso, quella concezione del super-testimone o del protagonista che “sapeva troppo”, ma che alla fine non ha visto nulla o crede di aver visto tutto. Arriviamo quindi al concetto dell’ironia o se vogliamo dirla come Hitchcock, al MacGuffin: ovvero quel motore virtuale e pretestuoso dell’intrigo, un qualcosa che per i personaggi del film ha un’importanza cruciale, attorno al quale si crea enfasi, ma che di fatto non possiede un valore significativo per lo spettatore. Un prontuario di scuse che non hanno bisogno spiegazioni per portare avanti la storia. Polanski così facendo va oltre la citazione e usa l’espediente del regista britannico come il vero motore dell’azione. Il regista attinge qui al lato ironico di Hitchcock e ne fa la linfa vitale del film stesso. Non è un caso che a sparatoria terminata, il protagonista, riferendosi alla statuetta della libertà dica proprio: “Volevate questo?” e dopo la getta nelle acque della Senna. Sembra quasi che Polanski voglia comunicarci la fine della storia e così una volta risolto l’intrigo, possiamo anche noi e andare avanti e lasciarci tutto alle spalle. Questa ironia con la quale si conclude il film è presente in moltissimi momenti della pellicola, basti pensare allo stesso Walker, impacciato nel suo francese, nel suo totale disagio di fronte agli spacciatori, così come è ironica la sua stessa trasformazione nel diventare eroe, il suo totale smarrimento davanti alla violenza e, infine, il voler rimanere se stesso di fronte al mutamento dei fatti che esigerebbe un cambiamento di personalità.

Frantic è disseminato di questa ironia pungente che si fa avanti nei momenti più crudi del film e che determina la citazione della citazione, il MacGuffin del MacGuffin: la capacità di citare Hitchcock utilizzando Hitchcock stesso non nella sua citazione pura, ma nella sua essenza.

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Alessia Ronge

“Tu mi uccidi, tu mi fai del bene.”
- Hiroshima mon amour
Alessia Ronge

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