Euphoria di stile e ipersessualità

Con piccoli monologhi secchi, diretti e taglienti, ogni episodio di Euphoria inizia con Rue che ci introduce in questo mondo fatto di stupefacenti, glitter e sesso spicciolo, a riassunto dei temi principali di questa prima produzione HBO puntando sul teen drama.
L’incipit rapisce l’attenzione, con l’adolescente Rue che torna a scuola dopo un’overdose che quasi le è costata la vita (e un paio di giorni in coma). A differenza dunque dei classici grovigli narrativi di amori corrisposti o bulletti dal gancio destro facile, Euphoria si preannunciava una serie con una marcia in più mettendo lo stile davanti a tutto ed è un elemento abbastanza evidente sin da subito.

Il trucco sbavato, glitter e adesivi colorati attorno gli occhi, il mondo brillante ed estremamente artefatto di questi adolescenti americani si muove tra machismo estremo, webcam e sesso online, scoperta e abuso del proprio corpo.

Tra tutti spicca Hunter Schafer, modella trasngender che riprenderà questa sua stessa natura anche nella serie; mercifica il suo corpo cercando il suo posto, amante di Rue sotto richiesta – basta droghe – e presa di mira da un ragazzo che trasforma la sua ossessione per lei in odio incondizionato.

Arrivata al giro di boa, la serie perde la linea diretta con lo spettatore, in particolar modo in quella fascia di pubblico a cui è rivolta: ai grandi è una perenne giustificazione “questa è vita vera, voi facevate lo stesso, senza smartphone, ma lo facevate, anzi lo fanno i vostri figli”, mentre per i più giovani tende a dare risposte a domande che nessuno ha mai posto: sesso e internet non vanno bene (porn revenge, cam girl, soldi per spogliarelli) ma la soluzione è la solita per tutte, ovvero trovare il bene di questo nel proprio utilizzo, utilizzando la testa e diretta coscienza del mezzo (bene registrare video di scopate, basta tenerseli nella propria cartella privata).
Se con descrizioni dirette i tanti e diversi protagonisti vengono tratteggiati perfettamente, nel momento in cui gli intrecci vengono chiusi, se palesa una considerevole confusione nella gestione di tutti questi: sesso e droga – senza il rock – perdono il baricentro per lasciar spazio alla solita progressione da teen drama, dove lui ama lei, lei ama lui, ma lui vuole fare un filmino amatoriale, mentre lei vuole solo farsi fotografare. I tanti avvertimenti a inizio puntata riguardo dipendenze di droghe dovrebbero essere esposti anche nella diretta ipersessualità, mai presente nei suoi protagonisti, ma ogni puntata sembra voler sempre puntare la propria lente d’ingrandimento su questo.

Però non c’è mai una vera e propria critica verso l’abuso di adolescenza. L’occhio è triste, vacuo, a tratti malinconico, quasi guardare un bambino che tenta di scalare una montagna con un pannolino e nulla più. Sarebbe originale e davvero stiloso, e di fatto lo è, anche se dietro tutta questa costruzione glitterata, rimane ben poco.

Nota a margine: serie criticata per l’eccessiva presenza di peni (trentadue primi piani in scarse nove puntate). Le statistiche dicono che a guardare questa serie sono più i maschietti che le femminucce.

Gabriele Barducci

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