Perché The Mandalorian è meglio della nuova trilogia di Star Wars

Il mondo si affeziona di più al pupazzetto animatronico di Baby Yoda, con le sue guanciotte verdi e il sorriso neonatesco, che ai milioni di koala morti nei recenti roghi in Australia. È la conquista della finzione rispetto al reale. Per sopravvivere tutti interi nell’era digitale in cui siamo immersi, l’unica scelta è l’abbandono consapevole della materialità a favore dell’effimero. In quella che, lungi dall’essere fonte di sterile moralismo, è una constatazione sotto gli occhi di tutti, si nasconde però il paradosso di questi pazzi, pazzi tempi: si prova pena, non ci si sofferma sulla sofferenza, si guarda altrove. Quel che fa star male non è oggetto di repulsione, bensì di sostituzione sotto forma di affetto per altre cose senza vita. Un’immagine non può sostituire un corpo e a sua volta un corpo non può essere manipolato a proprio piacimento. Un’immagine sì. Un’immagine può venire rielaborata.

L’immagine o, anche, l’immaginario di Star Wars è stato metaforicamente raso al suolo e ricreato ex novo con la fallimentare trilogia inaugurata nel 2015 e conclusasi lo scorso dicembre. Mentre la brutta copia di quel che Star Wars è stato e che mai sarai più si estingueva nel peggiore dei modi (e chi se ne ricorderà, un giorno?), la Disney lanciava sulla sua piattaforma di video-on-demand una serie tv facente parte dello stesso universo. Tutti lo sanno. The Mandalorian ha nutrito le speranze dei vecchi fan come precedentemente avevano fatto Rogue One e Solo, e ora che è tutto finito lo si può dire con la spocchia dei veterani: le otto puntate sono decisamente migliori di quei tre film sulle paranoie inconcludenti di aspiranti Jedi. La Forza ha perso, i cacciatori di taglie hanno vinto.

The Mandalorian è la dimostrazione di quanto attingere col dovuto rispetto da un mondo precostituito sia più efficace che provare a emularlo distruggendolo. Ci sono molte poche novità rispetto alle opere precedenti e i riferimenti al passato si sprecano (quasi ogni personaggio è un simil personaggio vecchio, da Salacious B. Crumb a Oola, da Garindan ai droidi modello IG-88 e TT-8L), eppure è tutto semplicemente perfetto. E fosse anche per la singolare presenza di Werner Herzog -attendiamo con ansia l’action figure parlante- in quello che è più di un cameo dal momento che compare in ben tre episodi, The Mandalorian meriterebbe di essere recuperato anche da chi Star Wars non lo ama follemente.

Il merito principale della serie qual è? Il non avere rovinato tutto provando a fregare i fan, ma anzi coccolandone la fantasia. Ed è qui che Baby Yoda, prima merce e poi oggetto di missioni di salvataggio, simboleggia tutto il senso di questa operazione: preservare il cuore originario di Star Wars, riportando lo spettatore a una condizione fanciullesca. Cioè prima che la Disney rovinasse ogni cosa. Come Baby Yoda, così anche lo spazio infinito generato dalla mente di George Lucas (e collaboratori) è un’invenzione fragile e quindi da maneggiare con cura. Hyper-speranze per la seconda stagione già in lavorazione.

Werner Herzog The Mandalorian Star Wars

Werner Herzog

Simone Tarditi

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