Hammamet è il The Irishman italiano?

Sarebbe il colmo se l’ultimo film di Gianni Amelio diventasse motivo di una rivalutazione di Bettino Craxi a vent’anni dalla morte. Sarebbe il colmo perché vorrebbe dire che la coscienza italiana ha ormai fatto il giro di chiglia e se è disposta a perdonare il leader socialista, un giorno potrà scusare chiunque. D’altronde, con la memoria azzerata viene poi facile inventarsi storie alternative alla realtà. Sta già avvenendo.

Tolto ciò, Hammamet è un’opera che rifugge la celebrazione agiografica di un Epulone e neppure vuole rifugiarsi dietro a una cronaca oggettiva di come si sono svolti taluni fatti, ossia senza che il realizzatore riveli un suo essere emotivamente partecipe agli eventi narrati. Il protagonista non viene mai menzionato col suo nome e cognome. Dietro il pesante e gommoso make-up incollato al volto di Pierfrancesco Favino potrebbe nascondersi benissimo una figura di finzione, un uomo di potere che termina la sua vita in esilio. Un Charles Foster Kane che, invece dello slittino, sogna la pastasciutta italiana che non può più mangiare. Quella che fanno in Tunisia è roba che mancu li cani, ma la fame è tanta e tale da spingere a non guardare con troppa attenzione la pietanza servita a tavola.

L’appetito del politico, un residuo dell’ingordigia e dei fasti passati, verso la fine della vita si è trasformato in momento conviviale, durante il quale chiacchierare e soprattutto raccontarsi. Lo sbocconcellare dal piatto altrui è un vizio di gola, una cattiva abitudine, come il rubare soldi. Pazienza per il diabete, meglio godersi gli ultimi istanti di vita su questa terra. Hammamet condivide con il The Irishman di Martin Scorsese un aspetto che ne totalizza ogni minuto: la riflessione sulla morte, sullo scadere del tempo, sull’esistenza che si avvia alla fine. Imparagonabili, certo, però i due film non nascondono la loro natura più vera in nessuna delle scene. I personaggi, tutti realmente esistiti, si aggrappano al loro vissuto per trovare conforto in un presente nel quale non si riconoscono più, che nulla di glorioso può oramai offrire loro, che al massimo può racchiuderli come farebbe un sarcofago a cielo aperto. In attesa del sopraggiungere, inevitabile, dell’ultimo giorno. A Hoffa toccherà una fine violenta (ucciso di spalle con un colpo di pistola sparato da un amico fraterno), ma a Sheeran, Bufalino e Craxi spetta invece il decadimento, la vecchiaia, la malattia, un lento spegnersi, ma soprattutto la solitudine e il rifugio mentale all’interno della storia della propria famiglia, del proprio paese, lontani o vicini dalle radici natie.

Hammamet recensione Favino

Simone Tarditi

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