Hereditary e il grande disegno della famiglia tradizionale

Guardo Ari Aster e non riesco a non pensare a Polanski.
Solo come nelle migliori opere si riesce a fare, Hereditary non si ferma mai nella semplicistica missione di costruire un horror seguendo classiche regole o stilemi di genere, bensì cerca la zampata che non ti aspetti, l’horror (quasi d’autore) che plasma la sua storia sulla psiche e i turbamenti dell’uomo di oggi.
Dalla famiglia che si tramanda un antico male – la nonna defunta adoratrice del re degli inferi Paimon che automaticamente ha destinato la sua famiglia, figlia e nipoti protagonisti, ad essere involucri sacrificali per la sua incarnazione futura – si dipana uno degli archetipi narrativi più densi, affascinanti e potenti di sempre: la famiglia come portatrice del male originale.
Non solo un male generato da entità demoniache, ma la gestione del nucleo familiare veicolando paure, pericoli e forti prese di posizione, costruendo archetipi comportamentali – giusti o sbagliati che siano – che i diretti discendenti seguiranno inconsciamente.

Così farà dunque Annie, la figlia dell’anziana defunta, che costruirà una casa di bambole che scopriremo essere una rappresentazione della casa dove avverrà tutto l’intreccio del film, dai primi sussulti, fino all’apocalittico finale.
Le figure umane rappresentate con dedizione e fortemente stilizzate, dove la figura femminile e maschile si sovvertono più volte: le protagoniste donne sono le più forte – Annie è la madre, elemento di dialogo su cui si fonderà il suo personaggio – mentre le figure maschili saranno mere macchiette, quasi marginali, però Paimon può possedere solo corpi maschili, come ogni discendeva divina di cui ci siamo cibati.
La costruzione della casetta di cartone e le relative modifiche saranno di pari passo e speculari alle vicende del film. Hereditary in questo modo riesce a veicolare ben più di un singolo messaggio, focalizzandosi su qualcosa di ben preciso: la famiglia.

hereditary

Il nucleo accogliente nel mondo animale quanto in quello animale, si costruisce invece come postribolo di violenza e malvagità. Certo, l’attenuante si manifesta nella totale incapacità di questi elementi di contrastare l’ineluttabile finale e quindi lasciarsi trasportare verso l’incoronamento definitivo. Questo aspetto in parte restituisce una doppia funziona: la totale disperazione che pervade l’opera e la maggior comunicazione con lo spettatore che anch’esso ignaro di tutto, subisce attivamente tutti i dati e le immagini, riuscendo in un secondo momento a mettere tutti i pezzi al loro posto.
La già citata disperazione è attiva e parte fondamentale per la riuscita delle atmosfere del film. La ricerca della giusta cornice per ogni inquadratura e la costante sensazione che effettivamente in quelle mura dimori qualcosa di essenzialmente malvagio è letteralmente palpabile in ogni minuto. Nel momento in cui loro stessi sono in balia di tutto ciò, si percepisce con più dolore e tensione alcuni dei momenti cardine del film – morte per decapitazione della figlia minore e relativo (non)ritrovamento del corpo.

Hereditary ancor più di un film horror è a tutti gli effetti un dramma familiare, di quelli che non vogliono neanche indagare da dove effettivamente parta il male o le stesse radici che vengono menzionate. No, Hereditary sovverte lo stile classico dell’American Dream che vede nella realizzazione della famiglia lo step finale di un grande e glorioso destino.
Qui invece tutto ciò non avviene, ma solo una famiglia condannata a perire e lasciarsi possedere da un demone, tutto questo sotto l’occhio vigile di un quadretto con il viso sorridente della nonna defunta: lei sapeva che tutto ciò sarebbe successo, ha procreato volontariamente una progenie proprio per darla in pasto al maligno.

Non c’è niente di così perfetto e temibile. Un sorriso e un destino inevitabile.

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Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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