Due film da vedere dopo 1917

In futuro, 1917 di Sam Mendes verrà ricordato per le gigantesche scenografie mostrate attraverso un piano sequenza lunghissimo e posticcio, nonché all’apparenza infinito, piuttosto che per la vicenda in sé, incorniciata nella devastazione bellica a cui quei quattro numeri del titolo devono la loro necessaria contestualizzazione. Rimane la sensazione di un grande spettacolo e di una mirabile conquista per il cinema che verrà, questo è fuori discussione. Per quanto riguarda il cinema che già è stato, in molte occasioni esso è stato strumento volto a illustrare la Prima Guerra Mondiale.

Forse la maggior parte delle persone si ricorderà di G. W. Pabst non per l’immortale capolavoro Lulù – Il vaso di Pandora (1929) con Louise Brooks, ma per La tragedia di Pizzo Palù, citato innumerevoli volte da Quentin Tarantino all’interno di Bastardi senza gloria. Nel 1930, con l’affermazione ormai totale del sonoro rispetto al muto, il regista realizza Westfront 1918, una rievocazione dell’ultimo anno vissuto da alcune truppe sul fronte della nemica Francia. Imparagonabile per potenza delle immagini e dispendio produttivo al coetaneo, ma identitariamente meno autentico, All Quiet on the Western Front diretto da Lewis Milestone per la Universal, Westfront 1918 conserva un carattere unico, ossia quello di essere uno dei primi lucidi attacchi all’insensatezza del conflitto che ha dilaniato l’Europa.

Pabst deve avere incontrato e affrontato non poche difficoltà per realizzare il suo film, soprattutto andando a riaprire una ferita nazionale mai rimarginatasi che avrebbe, anzi, costituito base fertile per consentire al Nazismo di attecchire meglio (del tutto casuale, ma impressionante, è la battuta pronunciata da una donna che piange un suo caro deceduto: “My Adolf is dead”, e se solo -nella realtà- un altro Adolf fosse morto per davvero quanto diversa sarebbe stata la storia del mondo?).

Howard Hawks Dawn Patrol

The Dawn Patrol (Howard Hawks, 1930)

Elemento interessante di Westfront 1918 non è tanto costituito dalle scene in trincea, quanto da quel che succede altrove, come il lungo soffermarsi sulla moglie che si dona al macellaio per un pezzo di carne mentre il marito è a rischiare la pelle combattendo per la patria. La fame colpisce a tal punto tanto i soldati quanto coloro che li aspettano a casa da annientare e fare piazza pulita di ogni concetto morale: l’istinto alla sopravvivenza può spingere a fare quel che non si vorrebbe mai.

I venti minuti che concludono la pellicola sono un tunnel degli orrori: militari feriti, mutilati, accecati, impazziti, sofferenti, dimenticati dai gerarchi ma non dai medici. Un epilogo alquanto sconvolgente, soprattutto per i tempi in cui il film di Pabst viene proiettato nelle sale.

Nello stesso anno esce in America un titolo che, nelle retrovie lontane dai campi di battaglia, racconta il 1915 francese, periodo non meno sanguinoso di quello narrato da Pabst. Cambia anche il punto di vista, i protagonisti sono infatti aviatori britannici. Si tratta di The Dawn Patrol, uscito in Italia nel 1931 con un titolo pressoché identico all’originale: La squadriglia dell’aurora. La regia è di uno dei numi tutelari della Hollywood classica, Howard Hawks, il quale all’epoca non ha ancora raggiunto lo status che poi lo avrebbe accompagnato fino ai giorni nostri.

La squadriglia dell’aurora riflette sul destino segnato dei giovani spediti con certezza a morire in quelle che sono missioni suicide mascherate da fondamentali incursioni aeree. È tutto un susseguirsi di martiri, paragonati ad agnelli sacrificali, che aspettano di salire a bordo di un aeroplano e di non fare ritorno alla locanda nelle vicinanze della quale sono accampati. Il meglio che possa accader loro è di posticipare di qualche giorno l’inevitabile trapasso e potersi così ubriacare ancora una volta assieme ai commilitoni. Sconvolge la felicità e la beatitudine con cui questi giovani perdono consapevolmente le proprie vite solo per obbedire ai comandi che arrivano dall’alto, ma d’altronde non possono fare altrimenti poiché disertare sarebbe da codardi. C’è chi intona canzoni glorificanti la morte, c’è chi affida il proprio destino a un amuleto portafortuna, c’è chi indossa un pigiama talmente brutto da spaventare il Diavolo quando, a breve, lo si potrebbe incontrare. L’importante è morire da uomini e non da vigliacchi, questo è quel che credono. Nell’atto di partire per l’ennesima e fatale ricognizione, il coraggio viene alimentato dall’alcol, così, nel paradossale ribaltamento ormai di ogni cosa, da poter affrontare più lucidamente la fine della propria esistenza.

Westfront 1918 Pabst recensione

Westfront 1918 (G. W. Pabst, 1930)

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi
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