Berlinale70: Always Amber, apparire e piacere

Uscito dalla sala, uno spettatore non appartenente alla generazione dei millennials avrebbe, come dire, un senso di confusione mentale misto nausea per aver assistito alla proiezione di Always Amber. Non per i contenuti mostrati, che se non per forza condivisi(bili) devono essere comunque oggetto di discussione per non sprofondare in una società barbaramente discriminatoria, quanto piuttosto per il prodotto filmico in quanto tale.

È la vicenda, vera, di una ragazza imprigionata in un corpo che non vuole più. Si spalma testosterone sotto forma di gel, sogna una mastectomia, e nel mezzo elabora il lutto di aver perso il padre. Essere felice è tutto quello che desidera. Prodotto in Svezia, diretto da Hannah Reinikainen (classe ’92) e Lia Hietala (’93), presentato nella sezione Panorama della settantesima Berlinale, Always Amber farebbe ottimi risultati in termini di visuals se pubblicato su IGTV, e non solo per i molti filtri utilizzati. È il pubblico di riferimento a cui bisogna pensare, un pubblico composto da giovani che crescono e imparano a conoscere il mondo (quindi anche la sessualità, il relazionarsi col prossimo, il costruirsi un’identità) attraverso gli smartphone e gli altri devices elettronici. A conoscere anche il cinema, i cui ritmi verranno sicuramente modificati per mezzo del montaggio, al quale spetterà l’ingrato compito di star dietro a una soglia dell’attenzione sempre più bassa.

In ogni suo pixel, Always Amber incarna un presente in cui la tangenza tra il passato e il futuro è tale da cesellare un’epoca dove tutto scorre velocissimamente eppure il tempo sembra essere fermo, immobile. Ciò si verifica nell’atto di fare uso di materiali “d’archivio” (e fa una certa impressione chiamarli così) che sono, per quantità e qualità, identici a quelli dell’oggi (tra il 2016 e il 2020 l’unica differenza è in termini di risoluzione dell’immagine). Idem il mix di formati, dal wide al 4:3. Tutto insieme.

Un mondo vanitoso, narcisistico, disforico, spaventosamente infelice, quello di Always Amber, ma al contempo è anche un mondo ricco di libertà, di coraggio ad andare controcorrente, contro di sé, contro il proprio corpo, contro le idee ereditate, contro i genitori, contro la società. Ma verso dove? Verso il domani, verso un progresso che tale può essere solo se radicale, forse irto di errori, però anche di scoperte e sorprese. Se si vuole conoscere meglio una micro-parte dell’universo umano attuale, un documentario come questo a qualcosa potrebbe servire. Con tutti i limiti del caso.

Berlinale Always Amber review

Simone Tarditi

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