Dietro la maschera del Nemo Joker

Charlie Chaplin, tramite il suo Charlot, è sempre stato simbolo e veicolo di una rabbia tanto repressa quanto mostrata ad ampio respiro. Il suo vagabondo, gamba sbilenca e scarpa bucata è un reietto della società, un plebeo in piena rivolta, continuamente braccato dal poliziotto di turno. Lo stesso attore e regista odiava tutto il sistema cinematografico che lo circondava e introduceva questa visione nei suoi film. Disperati, ultime ruote di fin troppi carri, Charlot ne era la maschera, senza troppi fronzoli.

Oggi quella maschera di disperazione la rivediamo usata in tanti altri contesti e alcune volte viene direttamente dipinta sulla faccia. D’altronde è lo stesso Thomas Wayne in Joker (2019) che definisce tutte quelle persone che non hanno combinato nulla nella vita come dei pagliacci. Siamo tutti clown recita un cartellone dei rivoltosi contro Thomas Wayne, uomo di potere di Gotham, sull’orlo della rivolta cittadina.

joker

Nei teatri dell’Ottocento la figura del pagliaccio, del clown, nasce sempre da contesti bassi, della manovalanza, degli ultimi sotto padrone, il classico inferiore (quante risate amare ci siamo fatti quando il Mega Direttore Galattico insultava i poveri Fantozzi e Filini, adepti impiegati, chiamandoli amorevolmente “inferiori”?) della società costretto a stare ai tempi e alle esigenze dei padroni. Impossibile dunque non pensare ai primissimi minuti di Tempi Moderni (1936), lo stesso film che il buon Arthur Fleck guarderà infiltrandosi nel cinema, ma la sequenza della fabbrica è alle spalle, lui ha già passato quella fase, ora c’è il gioco e la derisione dei beni e luoghi altrui, ma Arthur ancora non si è macchiato del suo stesso sangue per disegnarsi un sorriso sul volto. Di queste stesse metafore è stato costruito il Joker di Todd Phillips, ma anche dai più citati Re per una notte e Taxi Driver.

Nel film L’inafferrabile (1928) di Fritz Lang il banchiere Haghi nel finale si mostra nella sua seconda identità, il clown supercriminale Nemo. Sul palco, durante uno spettacolo, braccato e circondato dalla polizia, ormai conscio di non poter più scappare, estrae la pistola, si spara alla testa, il corpo cade senza vita cade a terra. Il pubblico si alza per applaudire mentre si chiudono le tende e il film si conclude. I tanti riferimenti poi trovati nella sequenza finale di Birdman, trovano uno spazio molto più comodo nelle maschere di Arthur Fleck e Travis Bickle, entrambi desiderosi di porre fine alla propria vita, uno si trucca da clown, l’altro si taglia i capelli da mohawk, maschere perfette per concludere uno spettacolo pirotecnico, poi uno decide di uccidere la sua nemesi e/o figura paterna mancata, l’altro invece in mancanza di pallottole imita il gesto con la mano. Entrambi si salvano, ma continueranno ad essere dei nessuno, esattamente come il clown Nemo (nessuno, in latino).

clown fritz lang

Tutti questi personaggi citati fino ad ora in qualche modo cercano il loro posto in una società meschina, in cui non si rispecchiano se non divenendo loro stessi la maschera che hanno creato. Arthur Fleck in qualche modo ce l’ha scritto nello stesso nome il suo destino.

D’altronde, la storia narrata da queste figure, queste maschere, sono semplicemente delle barzellette che nessuno capirebbe. Oggi, come ieri e per domani, put on a happy face.

Gabriele Barducci

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