First Reformed Redux: viscere, interiorità e lingua latina

Fin dalla proiezione alla 74ma Mostra del Cinema di Venezia, Paul Schrader non ha mai nascosto di considerare First Reformed come il punto più alto della sua carriera autoriale e nel marzo 2019, un anno e mezzo dopo, scrive sul suo profilo Facebook: “Stasera ho riguardato il film e non riesco a trovare un solo difetto. Sono stupito di essere riuscito a fare qualcosa del genere. Mi è venuta in mente un’intervista a Bob Dylan in cui dice di non sapere come ha fatto a scrivere le prime canzoni e che non potrebbe più riuscirci. Quando l’ispirazione arriva, arriva in fretta, magicamente e senza sforzo. Quando ciò non succede, è come avere un’occlusione intestinale”. Per quanto possa indurre un sorriso, il ricorrere a una condizione patologica è perfettamente in linea con la malattia che colpisce il protagonista interpretato da Ethan Hawke.

Toller, pastore protestante, non la usa durante i suoi sermoni ai pochi fedeli che frequentano la sua chiesa (fortissimo, qui, il legame con Luci d’inverno del maestro svedese Ingmar Bergman), ma la lingua liturgica per eccellenza è il latino nelle varie declinazioni, barbarizzazioni e bastardizzazioni a cui è andato incontro. Ne rimane un’unica traccia nel cognome della protagonista, Mary Mensana. La scelta è ovviamente lontana dall’essere casuale, la locuzione mens sana in corpore sano è di Giovenale, retore tra il primo e il secondo secolo dopo Cristo.

Una mente (è) sana (solo) in un corpo sano. Nelle viscere di Toller, nella sua interiorità organica, tutto sta invece funzionando malissimo. I problemi urinari che lo affliggono ne sono la manifestazione più evidente. L’uomo si sta putrefacendo ancora da vivo, ma è la fallacità del corpo a intaccare la mente? I due “scompartimenti” dell’essere sono divisi o comunicanti? Il male dell’anima si travasa nella carne? Toller sa solo che non gli rimane molto tempo e decide, come una bestia sacrificale, di auto-immolarsi.

Mary Mensana personifica un’innocenza rara. La sua gravidanza è simbolicamente la stessa di colei che ha fatto venire al mondo il Cristo, anch’egli figlio di un’entità-padre uscita di scena prima del tempo. Una mente sana quella di Mary, non intaccata dalla cattiveria e dalla violenza che la circonda, che trova supporto vitale in un corpo altrettanto sano, forte, senza segni di cedimento. Quel corpo che è anche il luogo protetto dentro cui far formare un nuovo essere vivente. Dei molti personaggi in bilico sull’orlo del precipizio portati da Schrader sullo schermo (la tossica e suicida Marianne in Light Sleeper oppure la donna-pantera di Cat People, giusto per citarne due), Mary Mensana è all’apparenza il più fragile, indifeso, sperduto, ma anche il più stabile proprio in virtù della creatura che ha dentro di sé.

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Simone Tarditi

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