L’alibi drammatico di American Gigolo

L’alibi drammatico di American Gigolo

April 26, 2020 0 By Simone Tarditi

Vizio capitale, l’invidia conduce alla cattiveria, fa venir voglia di distruggere la vita a coloro i quali vengono ritenuti più fortunati. Quasi sempre lo sfogo dell’individuo invidioso riempie solo i desideri con fantasie del tutto negative, ma talvolta esso sfocia nella pratica. American Gigolo parla anche di questo, di come un eccesso d’invidia possa spingere ad annientare l’esistenza di un innocente o, per lo meno, di come questo sentimento alimenti l’odio nei confronti di chi ha qualcosa che manca ad un altro. Nel film di Paul Schrader, questo qualcosa è la bellezza fisica e gli effetti che produce nel vivere quotidiano.

L’invidioso di American Gigolo non è il pappone che alle forze dell’ordine vende Julian Kay (Richard Gere, nel ruolo della consacrazione) e non è neppure l’impotente marito che paga Kay per soddisfare a letto la moglie così poi d’accusarlo di averla uccisa. Dei vari esemplari maschili mostrati, è il detective Sunday il più ostile. Costui non riesce neanche a sopportare di avere di fronte il protagonista perché ha tutto quel che a lui manca: carisma, avvenenza, savoir-faire, educazione, gentilezza. Fisicamente, sono l’uno l’opposto dell’altro: Sunday è brutto, calvo, viscido e livoroso. Per non parlare del gusto nel vestire. Tutto ciò si riflette nelle modalità con cui l’indagine viene pregiudiziosamente portata avanti.

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Kay è la vittima perfetta di un intrigo tanto semplice quanto efficace. La sua intera esistenza lavorativa (e non solo) si basa sull’offrire a una ricca clientela di donne esperienze che i rispettivi uomini non sono in grado di garantire, che sia il far loro raggiungere l’orgasmo oppure accompagnarle a qualche serata di gala.

A prescindere dalle svariate attività, il suo impiego è quello di rendere piacevoli alcune ore, di rendere indimenticabile un lasso di tempo che consta di una manciata di ore al massimo. Ciò significa non comparire nelle vite reali delle sue frequentatrici perché, se così fosse, verrebbero minati irrinunciabili matrimoni fondati sul benessere economico.

Kay è infatti nulla più che un palliativo per sopportare la noia insita in ogni istante d’infelicità. È un segreto mai svelato, una bugia mai detta, un tradimento di cui si paga profumatamente il silenzio. In un contesto di verità costruite, la sua libertà e incolpevolezza vengono spazzate via quando non ha un alibi dietro cui potersi proteggere per quell’assassinio di cui è incriminato, dal momento che chi potrebbe scagionarlo (un’habitué) deve preservare la propria immagine evitando scandali. In questo senso, è poetica l’ultima parte del film, con il protagonista, ormai dietro le sbarre, salvato dall’amore che in un unico caso ha dato e che finalmente riceve indietro. Senza che ci siano di mezzo favori o denaro. Senza che venga chiesto nulla in cambio.

Simone Tarditi