Il mortal sospiro di The Irishman

Il mortal sospiro di The Irishman

May 13, 2020 0 By Simone Tarditi

Le prime immagini di The Irishman ci accompagnano lungo il corridoio di una casa di riposo. L’indicazione dell’uscita attaccata sul soffitto, una statua monocromatica della Madonna che prega, alcune infermiere indaffarate, deambulatori, un tè e quattro chiacchiere tra due anziane e un prete, sedie a rotelle, bombole d’ossigeno, puzzle e scacchi, libri e cartelle cliniche, pazienti seduti ovunque. Le prime parole pronunciate da Frank Sheeran portano con sé il peso del tempo: Quando ero giovane, …”. Comincia un viaggio nei ricordi. Quando tutto quel che rimane è il racconto della propria vita, senza avere nessun rimarchevole episodio da aggiungere, essa sta davvero giungendo alla fine.

La struttura di ricovero è l’anticamera di ciò che repentinamente ci viene mostrato: la morte. L’uccisione di Jimmy Hoffa è già contenuta al secondo minuto di film, eppure lì per lì non si capisce chi stia morendo. Una pistola a tamburo, il colpo fatto esplodere da Sheeran, il cervello perforato dal proiettile, lo schizzo di sangue sul muro. Rosso su bianco. Ho sentito che imbianchi case. La ferita lacerante di essere freddato alle spalle e da un amico fidato non porta dolore al defunto, ma sensi di colpa al vivo. Hoffa cade a terra privo di vita, Sheeran rimane con se stesso, a convivere con ciò che ha appena fatto. Il crimine compiuto è uno di una lunga serie. Nessuna emozione traspare sul viso.

The Irishman scena morte

Gli interrogativi riguardanti il sicario irlandese, figura a metà strada tra spietato factotum e liquidatore infallibile, possono essere vari. È nato senza una coscienza o qualche evento l’ha reso così? Come riesce a ubbidire a qualsiasi ordine che gli viene impartito? Quanto gli costa, nel profondo, avere reazioni di questo calibro, totalmente gelide? Alla fine, il pentimento che valore ha se la sua anima è così separata da tutto ciò che lo rende un individuo come gli altri?

Ci si può fare un’idea leggendo i primi capitoli del libro di Charles Brandt da cui l’omonimo film è tratto (pubblicazione a cura di Fazi Editore), ossia quelle pagine che precedono l’entrata di Sheeran come aiutante di Hoffa nella gestione dei Teamsters (ovviamente sempre continuando a fare favori per la mafia, con Russell Bufalino che pilota a distanza ogni cosa e ogni spostamento). La descrizione dell’infanzia del protagonista, i primi lavori e soprattutto l’esperienza di soldato durante la seconda guerra mondiale, danno da un lato l’impressione di essere una sorta di amorale scusante per l’omicida che verrà, ma dall’altro lato costituiscono un aspetto cronachistico affascinante che sfocia in studio psicanalitico di una mente molto semplice. Ed è qualcosa su cui Martin Scorsese, nonostante le clamorose tre ore e trenta di durata, si sofferma molto poco.

Prima di ammazzare gente a pagamento, Frank Sheeran impara a uccidere nell’unico contesto dov’è permesso farlo perlopiù impunemente: in guerra. Durante le incursioni dell’esercito americano in Italia (Anzio, Salerno, Catania, …), Francia e Germania, l’irlandese massacra un imprecisato numero di nemici lungo un periodo di un anno e mezzo (nel film tutto ciò è condensato in un flashback di pochi secondi). Completamente disumanizzato e abituato a togliere la vita senza rimorso alcuno, Sheeran è la persona perfetta di cui si possono servire i gangster italoamericani. Ma come spiegare l’essere diventato al fronte una così abile macchina sterminatrice? L’uomo non nasce mostro, lo diventa. E lo diventa un pezzo alla volta, da quando nasce a quando comincia a compiere i primi crimini su commissione, in un arco di trentacinque anni circa.

L’infanzia del killer è uno dei nodi volutamente non districati da Scorsese probabilmente per motivi di durata, ritmo e per l’ovvia impossibilità di ringiovanire corpo e volto di Robert De Niro fino a farne un bambino (la tecnologia ci arriverà, ma oggi non ancora). Si frattura fin da piccolissimo la mente di Frank Sheeran, vittima di fame e povertà in un contesto sociale d’indigenza quasi assoluta che non può permettere un riscatto sociale. Conta anche il periodo storico: classe 1920, il ragazzino si trova poi a dover ricorrere a tutto pur di riempire lo stomaco durante la Grande Depressione. Quel “tutto” significa rubare cibo dalle case e dagli orti, a volte finendo anche con l’avere gambe e sedere riempiti di pallini da caccia esplosi da agricoltori inferociti per i furti subiti. E chi è che lo spinge alla delinquenza? Suo padre.

I soprusi paterni sono l’elemento che arreca il danno maggiore a Sheeran. Qui possiamo immaginare che inizi il percorso di devianza. Oltre all’essere istruito a diventare un ladro, il giovane diventa carne da macello venendo spinto a lottare corpo a corpo –in virtù dell’imponente mole fisica che lo fa sembrare più avanti con gli anni di quello che è realmente– con altri più grandi di lui. Attorno a questi combattimenti girano scommesse e chi ci guadagna è il padre, che deruba il figlio. Miseri spiccioli. A ciò bisogna aggiungere le botte che Frank si prende ogni qual volta fa qualcosa di sbagliato. Oppure stessa cosa quando trova un lavoretto come tagliare il prato ai vicini: non fa a tempo a ricevere qualche quarto di dollaro come ricompensa che ci pensa il genitore a fare sparire quei soldi. E giù di schiaffi, anche quando si comporta bene e non ha fatto nulla di male. Violenza psicofisica, abusi, cattiveria. Questo dura fino a quando la situazione diventa insopportabile e Frank se ne va via di casa. Inizia la nuova fase della sua vita affiancandosi a un circo itinerante dove scopre il sesso, la libertà e altri mondi, prima di arruolarsi volontario e piombare nell’inferno bellico dove sperimenterà cosa vuol dire uccidere.

Questa narrazione biografica contenuta nel volume scritto da Brandt vuole anche spiegare qualcosa? Deve scusare il comportamento dello Sheeran adulto? Serve a trovare un motivo, rintracciare un trauma, che ha comportato un determinato tipo di reazione … che ha influenzato delle scelte … che ha portato su una strada piuttosto che su un’altra … che …? No. Le uniche giustificazioni che nella vita possono reggere son quelle che il singolo recita a se stesso, discolpandosi da errori compiuti. Hanno il medesimo peso delle confessioni, servono a togliersi qualcosa di dosso e sentirsi più leggeri, niente di più.

Robert De Niro in The Irishman

Simone Tarditi