Interiors di Woody Allen: riordinare per trovare il proprio posto

Nel 1978 esce il primo film drammatico di Woody Allen, Interiors. La pellicola segna una svolta nella carriera del regista: l’Allen personaggio-attore esce di scena per lasciare spazio alle protagoniste femminili, realizzando un dramma da camera, nella migliore tradizione dei suoi maestri: dal cinema di Ingmar Bergman (ricordiamo alcuni riferimenti nei film precedenti Amore e Guerra, Io e Annie) al teatro di Cechov e O’Neall. La narrazione di Interiors si articola in un racconto a più voci: la cerchia familiare, infatti, non si limita alle sole figure delle sorelle e della madre, ma estende lo sguardo anche al padre e ai mariti delle figlie. I flussi di coscienza e gli spazi temporali si intrecciano ai diversi punti di vista, alle introspezioni e nevrosi dei componenti della famiglia.

L’immagine della casa e quella della madre sono in simbiosi: non esiste l’una senza l’altra. La figura della madre Eve (Geraldine Page) rappresenta la casa. Nonostante la lunga serie di entrate e uscite dalla clinica per curare la depressione, la donna manifesta fin dall’incipit, la volontà di riappropriarsi del proprio posto, del ruolo di madre, moglie e arredatrice d’interni. Sebbene la protagonista provi a risistemare la propria vita e quella dei cari, qualcosa sfugge all’esigenza di mettere ogni cosa a suo posto. La Eve di adesso è una figura scissa e instabile, vista come un’estranea sia dalle figlie, sia dal marito. Quando quest’ultimo le annuncia la scelta di una momentanea separazione, inizia il lento disfarsi della casa, il fallimento di tenere unito un mondo che non esiste più. Ritratta all’interno delle stanze vuote e rarefatte, immersa in un apparente silenzio, la figura di Eve è una messa in quadro della solitudine. Lo stile pittoricista dell’organizzazione dello spazio fanno assomigliare la donna a una protagonista dei dipinti del danese Vilhelm Hammershøi.

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Non si riesce mai a parlare di ciò che si ama”. Roland Barthes

La chiusura della madre si riflette sulle figlie: la fragile architettura del “palazzo di ghiaccio” che Eve si è costruita attorno, separandola dal rumore dell’esterno, si estende anche sulle persone a lei vicine. È vero che figlie e mariti si gettano addosso nevrosi e frustrazioni ma, alla fine, la loro immobilità è la stessa della madre: tutti condividono l’incapacità di esprimere ciò che sentono. La pellicola, in questo modo, costruisce un continuo gioco di specchi: dal riconoscimento delle figlie nei confronti dei rispettivi genitori alla stasi creativa, passando per le crisi di matrimonio.

Il conflitto tra le due sorelle Renata (Diane Keaton) e Joey (Mary Beth Hurt) è il leitmotiv di una serie di mancanze e difficoltà, rabbia e frustrazioni che coinvolgono anche il marito di Renata, lo scrittore in crisi Frederick (Richard Jordan). Interiors ci abitua subito alle inquadrature fisse sui personaggi fermi davanti alla finestra, ai loro passaggi lenti davanti a specchi obliqui, che non ne riflettono l’immagine. Le figlie sono bloccate in una spinta verso l’esterno, incapaci di afferrare ciò che proiettano oltre la soglia: il ricordo dell’infanzia in riva al mare. Lo sguardo cerca il proprio posto, tendendosi verso una risposta che non arriva. La dinamica centrifuga è costretta a ripiegare su di sé,  chiudendosi in uno spazio entropico dell’anima. Eve sigilla con del nastro adesivo ogni apertura della stanza ma il suicidio fallisce e lei rimane ancorata a un limbo senza fine.

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La casa sull’oceano è il luogo in cui si articola l’afasia dei sentimenti, lo spazio della famiglia che, posto a cornice della pellicola, ritorna anche nei momenti di svolta narrativa. Negli interni dell’abitazione tutto si crea e si disfa: questa dimensione ripetitiva degli eventi sottolinea l’andamento spiraliforme che compone il testo filmico. La messa in scena, infatti, presenta delle ricorrenze ma con delle variazioni: si passa dallo spazio del ritrovo, come alla festa della madre (in cui vediamo per la prima volta anche l’altra sorella Flyn, attrice televisiva) all’impossibilità del ri-costruire insieme (ritorno del padre e presentazione della nuova compagna) per arrivare al crollo definitivo (nuovo matrimonio del padre). Interessante soffermarsi sulla figura della nuova moglie Pearl (Maureen Stapleton), in opposizione a quella della madre e delle figlie: una donna concreta e realista che viene giudicata come “persona ordinaria” dallo sguardo indagatore del resto della comitiva, composta perlopiù da artisti-intellettuali in stallo esistenziale.

In Interiors, le forme cinematografiche lavorano per sottrazione: l’assenza della colonna musicale viene smentita durante la sequenza della festa del matrimonio, in cui l’utilizzo di due ballabili sottolinea una discontinuità, un punto di svolta diegetico: non a caso è qui che Pearl, facendo cadere accidentalmente il vaso (dono di Eve alla casa), innesca la reazione di Joey. La ragazza capovolge la sua calma apparente in uno sfogo di parole piene di rabbia e disappunto verso la “nuova madre”. Inoltre, la fotografia (Gordon Willis), puntando su una palette dai toni neutri, nasconde i colori all’interno della pellicola. Ma il rosso indossato da Pearl rappresenta l’eccezione (il vestito della cena, la vestaglia) che nella scena della tragedia finale arriva a caricarsi di simboli (eros e thanatos).

Dopo la morte per annegamento della madre Eve, il ritorno alla vita di Joey (ad opera di Pearl), assume il valore di una seconda nascita: l’acquisizione di una nuova identità parte dalla figlia per arrivare anche agli altri membri della famiglia che vediamo aprire gli occhi dopo il sonno, in una sequenza sospesa di primi piani. Continua, così, la percezione dei propri sentimenti, mischiati tra sogno e realtà, iniziata con il monologo notturno di Joey, in cui immaginando di rivolgersi alla madre, emette la condanna nei suoi confronti. Il ri-ordinare, per trovare un nuovo posto e senso alle cose arriva alla conclusione, attraverso l’esperienza della scrittura. Joey, nell’urgenza di rielaborare il lutto, mette nero su bianco il ricordo della madre per poi raggiungere le sorelle alla finestra. Adesso i tre profili condividono la stessa vista sul silenzio, con la mente sgombra dopo tanto rumore.

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Mariangela Martelli

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