Changeling di Clint Eastwood: tracce d’umanità dietro una storia vera

Christine Collins è dipendente presso una compagnia telefonica di Los Angeles dove si occupa di supervisionare le sue colleghe centraliniste. Un buon impiego. È amata da tutti e divide la sua vita unicamente tra il luogo di lavoro e la casa dove abita da sola con il figlio Walter, ancora piccolo. Un equilibrio solido. Un’esistenza tutto sommato felice. Poi, il 10 marzo 1928, tutto cambia: è sabato, lei non dovrebbe lavorare, ma viene chiamata per coprire un turno extra. L’idea di mettere da parte i soldi dello straordinario è l’unico motivo per cui accetta, ma, così facendo, deve rinunciare a portare l’unigenito al cinema (l’ultimo film di Chaplin, Il circo, e un serial altamente spettacolare chiamato The Mysterious Airman sono i titoli in programma). Decisione presa. Delusione sul volto del bambino, che però capisce e aspetta che la madre finisca il turno. È sera inoltrata quando Christine, rientrata, non trova più Walter da nessuna parte. Sparizione. Le indagini sono insufficienti e la madre non si dà pace: deve ritrovare suo figlio.

Questi i primi dieci minuti del film ed è difficile non andare avanti con la visione. An american true story, direbbero oltreoceano. E chi più di Clint Eastwood ha saputo tratteggiare il meglio e il peggio degli USA durante la sua carriera, pur sempre mantenendo uno stile rigoroso incapace di sfociare nell’attacco gratuito, nell’insulto fine a se stesso, nella celebrazione? Changeling non solo dovrebbe essere guardato da tutti quelli soliti bollare il cinema del regista come “di destra”, ma anche dalle paladine di #MeToo. Motivo? Christine incarna coraggio, sentimento, forza. Il film è l’esempio perfetto di quanto il patriarcato sia un sistema iniquo, tanto ieri quanto oggi. Un mondo di soli uomini al potere quello di Changeling. E di anni, dalla vicenda narrata, ne sono passati novanta.

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Basti pensare alla sequenza con cui viene mostrata Christine finire dentro una struttura psichiatrica come una pazza qualsiasi (e non lo è): pur non essendo quello il suo intento, la protagonista ha messo in ridicolo le forze di polizia, che, risolto erroneamente il caso, non hanno voluto saperne di riaprirlo. Piuttosto che passare per imbecille e ammettere a tutti di aver sbagliato, l’uomo a capo dell’investigazione riesce a farla rinchiudere in manicomio. Sono momenti dolorosi, di un’ingiustizia barbara. Elettroshock, docce gelate, privazioni e percosse. Lì le chiamano “procedure standard”. Ed è la fine degli anni ’20, non il Medioevo. Per lo spettatore è impossibile non parteggiare per lei, lei che è la vittima perfetta all’interno di un vortice di marciume: in quanto donna sola è identificata come una puttana, quindi neanche un essere umano. La stampa si diverte e costruisce la verità che vuole (il tema tornerà similissimo in Richard Jewell, a riprova del fatto che le fondamenta su cui poggia la realtà dei fatti sono sempre le medesime).

A violent story, quindi, senza però che l’America passi a nostri occhi come l’unico paese colpevole di certi crimini. Si prenda Europa ’51 di Roberto Rossellini, il racconto di una donna piena di sensi di colpa (Ingrid Bergman) che prova a fare del bene nel mondo e che invece viene sbattuta dentro una clinica dalla quale probabilmente non farà mai più ritorno. A mandarcela è il marito e gli anni sono quelli del dopoguerra italiano. Anche Valentina Cortese in La ragazza che sapeva troppo (Mario Bava, 1963) si lamenta dell’uomo che ha sposato perché la vuole far ricoverare in un istituto per malati mentali, ma, essendo un’assassina dichiarata, ci sarebbe più bisogno di un carcere nel suo caso, ma qui si sta divagando.

La prepotenza e la riduzione dell’individuo socialmente più debole a essere non pensante sono elementi onnipresenti in Changeling. Tutti quanti, anche i buoni, provano a sostituirsi a Christine, a entrare nella sua testa indicandole la strada da seguire, cosa fare, come sarebbe meglio reagire. Nessuno può fare una cosa del genere. Mai. La lotta di Christine è resistere al mondo esterno per continuare a nutrire speranze.

Benché recente, Changeling andrebbe fin d’ora riscoperto. Come anche J. Edgar. Entrambi son stati dimenticati in fretta, il primo perché spaventoso (si narra di un serial killer di bambini), il secondo perché mira a distruggere l’immagine di un uomo chiave del Novecento americano. Changeling è uno degli Eastwood migliori e Christine è uno dei personaggi femminili più indimenticabili da lui portati sullo schermo. Così riservata, così educata, così intelligente. Con quel volto scavato su cui risaltano le levigate ossa zigomatiche, Angelina Jolie a tratti ricorda la Gloria Swanson del periodo pre-sonoro, una meraviglia.

Simone Tarditi

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