The Vast of Night, c’è qualcosa nel cielo

Negli anni ’50 ci si immaginava il futuro, ed era radioso e pieno di potenzialità. Si guardavano assorti le tecnologie in nostro possesso e le immaginavamo potenziate. Macchine volanti, televisori portatili, addirittura telefoni senza fili, per non parlare della combo micidiale: telefoni portatili con televisione integrata.

Oggi, che abbiamo raggiunto quel tipo di fantascienza, sembriamo impossibilitati di immaginare qualcosa di più che non sia una navicella spaziale da luminose lucine color verde o viaggi nel tempo. Andrew Patterson invece inventa il futuro tornando dietro di quasi settanta anni e immaginando l’oggi. Un’operazione raffinata e conservatrice nella messa in scena quella di The Vast of Night, opera prima del regista che mette sul banco la serialità di The Twilight Zone assieme all’immaginifico cinema di Steven Spielberg. Se dopo la visione di questo film vi fionderete a vedere Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo non preoccupatevi, vuol dire solo che siete sani di mente e avere riconosciuto sin da subito un classico istantaneo.

Due giovani speaker radiofonici, lui e lei. Lui sicuro di sé, sogna il grande salto nelle radio che contano e di lasciare presto quella fogna di città. Lei giovane, entusiasta, logorroica, cerca qualche attenzione da parte di lui, forse gli piace, forse no. Poi durante una notte, con la città tutta impegnata a seguire nel palazzetto sportivo la partita di basket locale, con i loro apparecchi i due captano uno strano suono. Lo registrano e lo rimandano in onda. Alcuni ascoltatori chiameranno la stazione radio e racconteranno la loro esperienza sinistra con quel suono. Forse non è una semplice interferenza, bensì un segnale voluto, da qualcuno o meglio qualcosa, che fluttua proprio in questo momento nei cieli della cittadina, nascosto nello sconfinato buio.

C’è l’artigianato e c’è il cuore in The Vast of Night, assieme a una piccola dose di inconsapevolezza e gestione delle pochissime risorse a disposizione. Tutto si vede su schermo, l’interesse e la voglia di raccontare una storia di avvistamenti, e forse, rapimenti alieni. L’immagine ha interesse solo per i suoi due protagonisti e le voci fuori campo atte a raccontare le loro esperienze. Tutto ha il sapore di una gustosa raccolta dati atta a decifrare il messaggio, ma anche chiarire eventuali dubbi o certezze di partenza. Lui pensa subito ai russi, in piena crisi Guerra Fredda, l’ipotesi di essere spiati e poter scovare il nemico russo nascosto nei boschi vicini è allettante. La stessa situazione così rassicurante di una cittadina inglobata da un’oscurità puntellata solo dalle luci stradali, di abitazioni o delle auto che passano di lì, rendono questa ricerca sospesa nel tempo.

Proprio in questo amalgamarsi di eventi, The Vast of Night diventa un film quasi imprescindibile non tanto per gli amanti della sci-fi teorica a basso budget, bensì nell’impostazione narrativa che cerca di liberarsi dei classici stilemi di genere; in realtà li usa, li assorbe e li restituisce allo spettatore con quel qualcosa in più. Nota di lode è il comparto audio, che assieme all’accuratezza del montaggio, ci posiziona e ci preparare una sedia lì, vicino a questi radioamatori, restituendoci perfettamente ogni singolo suono di nastri, jack in entrata e in uscita, bobine riavvolte e ronzii di macchinari in azione.

Il regista, assieme a una sana consapevolezza di sapere come usare la macchina da presa, mette in atto e ci parla proprio dell’artigianato con cui fare cinema e lo affianca alla passione, quella passione un po’ ingenua, ma così palese nell’atto pratico che, specialmente nel finale, mette in scena uno spettacolo di una manciata di minuti, il traguardo finale di una maratona di dialoghi e primi piani. Una sinfonia di gusto e occhi spalancati al cielo. Emozioni difficili da descrivere, perché rapiti dall’occhio umano, il nostro come dei due protagonisti.

Gabriele Barducci
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