Cannes73: Sweat, quando la fama non è tutto

Già sulla carta avrebbe dovuto essere tra i titoli più interessanti portati alla settantatreesima edizione del festival di Cannes e la visione di Sweat  al Marché du Film online non può che confermare questa idea. Un film sapientemente scritto per ritrarre il mondo dei social network dalla parte di chi è un creator di contenuti. Un dietro le quinte nella desolata vita, quella vera, di una star di Instagram che conta quasi un milione di follower. Sylwia è una fitness motivator trentenne, sempre sorridente, sempre in tiro, sempre con un look perfetto nonostante il suo lavoro la faccia muovere molto. “Vorrei avere il tuo culo” le dice una vecchia compagna di scuola. Un corpo scolpito su cui il sudore non si posa neanche. L’unico liquido prodotto è quello dei dotti lacrimali quando in video Sylwia si apre ai suoi fan, raccontando loro della sua infelicità e del suo non aver a fianco nessuno che la ami.

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Manager di se stessa, la protagonista vive in simbiosi col cellulare, fa dirette in continuazione e registra video in ogni istante della sua giornata. Tutto viene condiviso, dai consigli per una colazione nutriente che non faccia ingrassare ai saluti della buonanotte. Dalle grandi marche d’abbigliamento riceve abiti che sponsorizza per i fan, futuri acquirenti. Lo fanno tutti gli influencer. La sera un essere vivente dorme nel letto, il cagnolino Jackson, che lei tratta come un figlio. L’unico affetto sincero che ha, l’unico con cui esca per fare una passeggiata, l’unico che porta con sé quando ha bisogno di sentirsi al sicuro. Benché attratta dal genere maschile, ne prova repulsione. Dal confortevole bozzolo di casa sua esce per dare lezioni di gruppo e per fare allenare le persone che seguono il suo programma di esercizi fisici. Tolti questi momenti di grande partecipazione, i contatti umani sono quasi nulli. Sylwia ha imparato a convivere con se stessa, nonostante si renda conto di essersi realizzata (ancora) solo professionalmente.

Di Sweat, alla cui regia c’è Magnus van Horn, si possono scrivere solo cose belle. Una produzione polacca che funzionerebbe su qualsiasi mercato internazionale. L’interprete,  Magdalena Kolesnik, non avrebbe potuto fare di meglio. È un film che va elogiato perché prende un tema non nuovo, quello dell’essere presenti e rilevanti sul web, e sa darne nuove sfumature. Viene mostrata una disumanizzazione in corso, che è tanto quella di Sylwia quanto quella della gente con cui si deve interfacciare, ma non risparmia lo spettatore dal rivelare il lato oscuro della fama che con sé porta non solo il senso di nulla dato dalla virtualità, ma la morte interiore e la conseguente lotta per cercare di stare meglio. I rimedi ci sono, non tutti vogliono accedervi.

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Simone Tarditi

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