Mario Bava e La maschera del demonio: un approccio eretico

Quel che segue non è un’analisi di La maschera del demonio né uno studio su Mario Bava. Il cinefilo purista, l’integerrimo, l’auto-eletto unico difensore di un film o regista rabbrividirà a leggere quel che segue. Poco importa. Come poco importa in termini di “masse” il giudizio singolo perché l’industria dei film si è sempre fatta ragionando sul grande pubblico, non sugli individui presi uno per uno.

Premessa d’obbligo? Sì, soprattutto se si sta parlando di cinema di genere, una macro-area dentro cui v’hanno trovato rifugio molti di quelli che poco pane per i loro denti hanno trovato nelle pellicole di più ampio respiro nazionale: quelle dei vari Fellini, Antonioni, Pasolini, ma anche dei De Sica, dei Germi, dei Risi, dei …

Almeno sulla carta -e lui stesso forse l’avrebbe confermato come giudizio nei suoi confronti- Mario Bava non è mai stato fatto rientrare nella cerchia degli autori italiani. Perché? La maschera del demonio è un capolavoro di regia. La vicenda, un miscuglio di fiabe dell’orrore e leggende popolari (vampirismo, stregoneria, morti redivivi), catalizza l’attenzione, ma non è l’elemento più forte. Due i problemi legati alla trama -il fan intransigente si prepari a sguainare una spada- uno è probabilmente futile, l’altro è macroscopico.

Il primo è legato alla narrazione didascalica che procede per luoghi troppo comuni persino per l’anno d’uscita nelle sale, il 1960. Un problema minore e retrospettivamente insignificante, ok. Altra questione è quella legata ai dialoghi, italianissimi e a tratti imbarazzanti per la bruttezza. Mediocri, via, a voler non esagerare col giudizio negativo. Tutto il contrario di quelli, per esempio, presenti in un’altra importante opera di Bava sotto pseudonimo americano, La frusta e il corpo, pellicola dal palpitante cuore gotico, elegante nella regia quanto nella scrittura (merito della penna di Guerra e Gastaldi), e che recupera anche molti aspetti visivi di La maschera del demonio: tombe e cadaveri, incappucciati, figure fantasmatiche, l’inquadratura finale con le fiamme. Bava che cita Bava, meraviglia. E ritornando proprio a La maschera del demonio, che fare con quei dialoghi? Per non percepirli ci si può approcciare al film in una maniera filologicamente eretica: disattivare l’audio, azzerare il volume. Ma come, si può godere di un’opera non cogliendola nella sua interezza? Dipende da come ci si vuole comportare.

Dopo solo nove minuti la pellicola ha già dimostrato di essere capace di conquistare con le sole immagini. Il rogo, il POV della maschera chiodata, il tentativo di purificare la terra dal Male, il marchiare a fuoco. Sembra di essere scivolati in un incubo, in una pagina buia della Storia, ed è tutto perfetto. I giochi di luce, gli alberi, la nebbia, l’a-dimensionalità scenografica: tutto sembra della stessa fattura della scuola europea dell’epoca del muto. Germania e paesi nordici. Murnau (non tanto Nosferatu, quanto più Faust) e Sjöström (dal Carretto fantasma alle produzioni hollywoodiane con interprete la Gish). Il padre di Mario Bava, Eugenio, lavorò come effettista e direttore della fotografia nei primi anni ’10 in produzioni colossali come quella di Cabiria, impossibile sfuggire all’imprinting. E fino alla fine La maschera del demonio procede in un incanto visivo impossibile da non apprezzare. E se un film funziona senza audio, allora la sua bellezza è assoluta. Una bellezza fatta d’invenzioni meliesiane e di magie ottiche quella del / dei film di Bava. Come lui stesso ha detto negli anni ’70 durante un’intervista alla RAI, In fondo il cinema è tutto un trucco, parliamoci chiaro”.

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Simone Tarditi

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