Non ci sono problemi col Diabolik di Mario Bava

L’hype per il nuovo Diabolik cinematografico sale quanto il caldo di luglio. A giudicare dalle immagini trapelate, dal teaser poster e dalla breve anteprima di cui gli esercenti hanno potuto godere, i Manetti Bros sembrano aver finalmente accontentato i fan del fumetto riuscendo nella non difficile impresa di trasporre sullo schermo le gesta del criminale -almeno su carta- più elegante di sempre. Non ci voleva molto, soltanto fedeltà rispetto alla fonte originaria.

L’attacco, ben vivo ancora oggi, al Diabolik su Bava verte proprio su tale fedeltà. A detta di molti, il regista avrebbe infatti tradito il fumetto stesso creando un film strampalato e kitsch. E per quanto questo attacco abbia senso di esistere e lo si possa giustificare, di lì la fan base non si è mai schiodata. Si narra che un folto gruppo di nerd dell’epoca conservi ancora una bambolina voodoo con le sembianze di Bava.

Quanti però si son presi la briga di vedere il film dall’inizio alla fine, guardandolo senza preconcetti, evitando giudizi sommari e cercando di non pensare a tutto quel che è stato scritto? Ne consegue un duplice interrogativo: si può davvero arrivare alla visione di una pellicola facendo piazza pulita di tutto quel che si sa a riguardo e, se sì, come?

Dopo aver guardato il Diabolik del 1968 è lampante un’unica considerazione: Mario Bava non ha realizzato un disastro, ha semplicemente preso un’altra strada rispetto al fumetto. Prendere o lasciare. È dire che la vicenda narrata parte anche in maniera abbastanza canonica. Ore 6 del mattino, un grande quantitativo di denaro (10 milioni di dollari) viene trasportato da un luogo sicuro a un altro. Nonostante la scorta al cui comando c’è l’ispettore Ginko, Diabolik riesce a impossessarsi del bottino confondendo la polizia con fumogeni dai colori psichedelici. Già da questa scena si può intuire dove andrà a parare il film per quanto riguarda toni, cromatismi e ritmo. Poi partono i titoli di testa, un caleidoscopico flusso di effetti ottici da piena Summer of Love e di sottofondo la colonna sonora firmata niente meno che da Ennio Morricone. La canzone Deep Down sarebbe stata benissimo in un’operazione nostalgia come quella di C’era una volta a Hollywood, per intenderci. Trippy. Groovy. Però son passati cinque minuti di film e ogni promessa è già stata disattesa.

Diabolik recensione film Mario Bava

Il proseguo non è da meno. Diabolik ed Eva Kant vengono mostrati fare l’amore in mezzo a tutti i soldi rubati mentre se ne stanno comodamente spaparanzati su un letto girevole. Giusto per il gusto di farlo. I due sono al sicuro nel loro rifugio sotterraneo extralusso che sembra una bat-caverna o l’interno di un’astronave (verso la fine, con una tuta termica addosso, Diabolik sembra uscito dal caposaldo sci-fi Terrore nello spazio, sempre di Bava). Dov’è finito il ladro spartano sempre circondato dal minimalismo architettonico? Qualche minuto dopo, in un’altra sede, fa sorridere il raid delle forze dell’ordine durante un party a base di orge e cannette. Ancora una volta: questa è roba che non c’entra nulla.

Abbastanza insolita per l’universo creato dalle sorelle Giussani, eppure coerente nel film perché viene portata avanti dall’inizio alla fine, è anche la scelta di dipingere il genere maschile come costituito da bavosi, papponi e puttanieri, come nel caso del villain (Adolfo Celi, proprietario di un jet privato con botola) e dei suoi compari, tutti uomini che per le donne perdono a tal punto la testa da non capir più nulla. Molte situazioni del film sono improntate sulle battutacce, sugli sguardi equivoci, sui palesi riferimenti sessuali. E pure le pupe dei gangster non sono figure particolarmente edificanti.

Per la manualistica di storia del cinema, Diabolik è il perfetto esempio della capacità di Mario Bava nel tenere bassi i costi di produzione pur senza rinunciare alla spettacolarità. È celebre l’aneddoto che vede un Dino De Laurentiis incredulo nello scoprire che il regista ha completato le riprese riuscendo a spendere neanche un terzo del budget. Oggi si può capire dove Bava sia andato perlopiù a risparmiare: set fatti apparire più grandi delle loro vere dimensioni grazie ad astuti procedimenti ottici e modellini a go-go. Si può rileggere tutta la sua carriera come un continuo migliorarsi da un punto di vista tecnico per quanto riguarda le soluzioni registiche, mentre non si può dire lo stesso sulla potenza narrativa dei film girati. Bava è uno che con la macchina-cinema ci gioca e palesemente si diverte pure; è un grande manipolatore d’immagini, basti pensare a tutte le sovrimpressioni con cui infarcisce le sue opere. E poi, quanto fa anni ’30 la scena delle rotatorie del giornale con stampate le notizie di cronaca? È Bava, bellezza.

Diabolik Adolfo Celi film Bava

Una nota sugli interpreti. John Phillip Law ha lo sguardo giusto, ma è troppo magro. Il Diabolik fumettistico è un Adone. Marisa Mell è il punctum dolens dell’intero cast: non c’entra nulla con Eva Kant. Senza fargliene una colpa, è troppo lontana sia per aspetto sia per carisma. Il problema, però, è a monte ed è legato alla scrittura del personaggio più che all’attrice. L’Eva del film è ridotta a una viziata senza grandi risorse quando invece dovrebbe essere tutt’altro. Nei fumetti è una donna indipendente, bella come Grace Kelly, furba, scaltra e accade spesso che sia proprio lei a salvare Diabolik da qualche disavventura. Qui appare tutto il contrario, quasi fosse incapace di fare alcunché senza il suo uomo. Neppure Catherine Deneuve, che già aveva girato qualche scena prima di lasciare il set (o essere cacciata, in questo caso non è chiarissimo il motivo dell’allontanamento), avrebbe potuto risollevare le sorti di quel ruolo. È una questione di sceneggiatura, non di resa sullo schermo. Il più a fuoco di tutti è Michel Piccoli nei panni di Ginko, la nemesi di Diabolik, colui che incarna la Legge. Pur senza parrucchino (si gioisca, a Mastandrea l’hanno messo), è nelle fattezze e nei movimenti abbastanza simile al corrispettivo cartaceo. Forse si poteva giusto evitare di ritrarlo immerso nella sua solitudine mentre mangia hamburger e beve birra in bottiglia durante un turno alla stazione di polizia.

Perciò, quanto vale Diabolik dopo tutti questi anni? Sicuramente più di quando è uscito. È godibile, sa far ridere, intrattiene ancora e non è poca cosa. Che non sia diventato col tempo un pilastro della cinematografia italiana è presto detto, ma anche dentro un film “minore” come questo si può scorgere l’abilità e il talento di Mario Bava.

Diabolik recensione film Mario Bava attore

Simone Tarditi

You may also like...

Condivisioni